Colpisce leggendo Il processo degli animali contro l’uomo la capacità di visione sul futuro. Nel descrivere un mondo mitico, questo libro rappresenta indirettamente senza volerlo il nostro, segnato dal male, dall’ingiustizia, e dal non rispetto del ‘creato’.
Questa bellissima favola mistica è stata redatta nel VIII-X secolo dai Fratelli della purezza, una società ismailita segreta che si è sviluppata a Bassora. È quindi un testo di grande valore culturale, che ci riporta alle sorgenti della cultura e della letteratura, di valore esoterico, e di significati che probabilmente solo gli iniziati potevano capire. Non è questo, però, l’aspetto su cui vorrei fermare la mia attenzione, ma sul valore immaginifico del libro. La scrittura è finalizzata non tanto a costruire un intreccio, a rappresentare la realtà, ma attraverso il meccanismo della ‘favola’ vuole arrivare alla Verità. Fin dalle prime parole si è portati in un mondo mitico, in cui si mescolano una molteplicità di echi culturali: ebraismo, neoplatonismo, aristotelismo, cultura islamica, indiana, ecc.
I protagonisti di questo libro sono gli uomini e gli animali. Sono davanti a un Re, su un’isola bellissima, in un luogo magico, edenico. Anche qui sono arrivati gli uomini, che da Adamo in poi hanno letteralmente reso schiavi gli animali, costringendoli a fuggire verso ‘deserti, foreste, creste di montagne e valloni remoti’ (p. 12). Anche qui pretendono che gli animali li servano, e questi si ribellano. Convocano gli uomini in tribunale dinanzi al Re dell’isola, e qui li accusano dei loro soprusi. Il resto della storia si sviluppa in dialoghi serrati in cui vengono esposte le ragioni dell’una e dell’altra parte. Ne emerge un’idea dell’umanità come la specie imperfetta, raramente in comunione con il creato e con Dio, divisa e in lotta continua al suo interno, ferocemente arrogante nella sua idea di superiorità. Gli uomini si ammazzano fra loro a colpi di spada e pugnale, tagliano le mani e i piedi ai propri simili, li rinchiudono in prigioni, rapinano, imbrogliano, ingannano, frodano (p. 65), e per le loro azioni sono più ‘creature del male’ (p.74) che del bene. Per questa ragione Dio ha imposto loro comandamenti e divieti, perché nella loro natura è radicato il ‘conflitto e l’inganno’.
Il processo, che si svolge in forma dialettica, attraverso il meccanismo del dialogo platonico, arriva a un punto di svolta quando un rappresentante degli uccelli asserisce che gli uomini sono loro pari e non hanno alcuna superiorità da vantare (p.132). Su questa affermazione interviene allora un oratore di nome Hijazi, il quale asserisce che hanno fra loro profeti, imam, saggi, poeti, modelli di bontà e virtù, santi, e asceti, pari agli angeli del cielo (p.133). È questo il momento di svolta della favola, quello in cui il percorso di ricerca della Verità arriva al suo epilogo, ma anche quello in cui in nome di una legge superiore è possibile la pacificazione con gli animali. Questi uomini sono la ‘degna casa’ e la ‘buona nazione’ di Dio, quella che gli uomini dovrebbero imitare per incamminarsi sulla via della giustizia e della verità (p.135). Sono il modello a cui dovrebbero ispirarsi nel loro stile di vita. Cosa – come tutti sappiamo – che non fanno, continuando oggi più che mai a distruggere la terra e a commettere ogni sorta di nefandezza.





