C’è un momento, nella liturgia silenziosa delle immagini, in cui la storia si deposita non in un documento ma in una materia: vetro, oro, stucco, luce. È accaduto di nuovo con il clipeo musivo dedicato a Papa Leone XIV, destinato alla navata destra della Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove da secoli la teoria dei ritratti pontifici accompagna – quasi a scandire visivamente – la continuità della Chiesa. Il mosaico è stato realizzato dallo Studio del Mosaico Vaticano della Fabbrica di San Pietro, presentato al Pontefice in Vaticano e collocato accanto al ritratto di Papa Francesco, a circa 13 metri d’altezza.

Ma prima del mosaico c’è sempre un’origine: un’immagine madre. In questo caso è un bozzetto pittorico – un olio su tela delle stesse dimensioni del tondo – firmato dal maestro Rodolfo Papa, appositamente concepito per la trasposizione in mosaico.
E proprio da qui, da questo passaggio di mano tra pittura e tessere, si può tracciare il profilo di un artista e studioso che da decenni lavora sul crinale più difficile: tenere insieme tecnica, pensiero e fede senza ridurre l’arte sacra a illustrazione o a nostalgia.
Il ritratto che diventa tradizione
Il clipeo di Leone XIV è un’opera “di regola” e, insieme, un’opera “di eccezione”. Di regola perché rispetta la prassi antica che, a San Paolo fuori le Mura, aggiorna la sequenza dei pontefici con un nuovo tondo dopo ogni elezione. Di eccezione perché rende evidente – anche al pubblico non addetto ai lavori – quanto conti la qualità del prototipo pittorico: il mosaico, qui, non inventa da zero, ma traduce. E tradurre, nelle arti, è sempre un atto critico.

Il tondo, di diametro 137 cm, è realizzato con smalti vetrosi e ori su struttura metallica, con la tecnica del “mosaico tagliato” e fissaggio mediante lo stucco oleoso della tradizione vaticana. In parallelo, il bozzetto di Papa – un olio su tela dello stesso formato – viene conservato insieme alla serie dei ritratti pontifici presso la Fabbrica di San Pietro. È un dettaglio che vale come simbolo: l’opera preparatoria non è “scarto”, ma archivio vivo della forma.
Un artista “rinascimentale” nel senso più concreto del termine
Rodolfo Papa è una figura poliedrica nel modo più serio del termine: pittore e scultore, ma anche teorico, storico e filosofo dell’arte. Nel suo percorso convivono, senza forzature, l’attività pratica e quella speculativa: un tratto che torna spesso nelle letture critiche dedicate alla sua opera, dove il fare è inseparabile dal pensare.
C’è poi un elemento che spiega bene la sua postura culturale: l’“occhio da architetto”. In un intervento ripreso da Rai Cultura, Papa racconta di aver lavorato “da pittore, ma con una coscienza da architetto”, descrivendo l’architettura come spazio capace di diventare cielo, cupola, sfondamento simbolico.
Non è un vezzo linguistico: è un programma. Ed è coerente con la sua formazione, che – come abbiamo già scritto su Pickline – lo vede frequentare Architettura alla Sapienza, scegliere poi la Storia dell’Arte (con una tesi su Leonardo) e proseguire con un dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università Pontificia Salesiana.
A questo si aggiunge un profilo istituzionale preciso: Papa è Accademico Ordinario della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon e guida, come presidente, l’Accademia Urbana delle Arti, associazione culturale fondata nel 2006.
I grandi cantieri: quando la pittura torna ad abitare lo spazio
Se il bozzetto per Leone XIV lo consegna oggi a una vetrina simbolica altissima, è nei cicli pittorici “ambientali” che si riconosce con più evidenza la traiettoria di Rodolfo Papa: opere pensate non come quadri isolati, ma come organismi che dialogano con chiese, cappelle, basiliche, cattedrali.

Come non possiamo citare la sua attività nella pittura parietale sin dagli anni Novanta e alcuni dei suoi cantieri principali: la Cattedrale di Bojano, le basiliche romane di Sant’Andrea della Valle e di San Crisogono, la chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo.
Sono luoghi diversi per storia e tessuto urbano, ma uniti da una stessa domanda: come si costruisce oggi un’immagine sacra che non sia né decorazione né provocazione gratuita?
In questo quadro, la Cappella del Perdono (Roma, chiesa del SS. Sacramento a Tor de’ Schiavi) è spesso indicata come una delle prove più rappresentative: un ciclo a olio su parete dedicato al tema della Pentecoste, dove la riflessione iconografica si intreccia a una ricerca tecnica sull’olio murale, a partire anche da un confronto critico con l’esperimento “fallimentare” di Leonardo nel Cenacolo.
È qui che torna quella doppia identità – pittore e studioso – capace di far dialogare storia delle tecniche e necessità contemporanea.
Libri, lezioni, divulgazione: l’arte come pensiero pubblico
Il profilo di Papa non si esaurisce nel lavoro in studio. È autore di numerose pubblicazioni e interviene come docente in diversi contesti, dalla formazione specialistica in arte e architettura sacra agli insegnamenti legati alla storia delle teorie estetiche. Tra le sue monografie, titoli dedicati a Leonardo e Caravaggio.

E il suo nome è entrato anche nella divulgazione televisiva: “volto” e voce di Rai Storia, in particolare nel programma “Iconologie quotidiane”. Questa dimensione pubblica non è accessoria: completa il quadro di un autore che considera l’arte sacra un terreno di responsabilità culturale, non un genere minore. In una nostra precedente intervista, Papa lega la crisi contemporanea alla frammentazione dei saperi e rivendica la necessità di un’unità tra storia dell’arte, tecnica, estetica, teologia e spiritualità.
L’approdo naturale: un volto destinato a durare
Il bozzetto di Leone XIV – pensato fin dall’inizio per diventare mosaico – appare allora come un approdo naturale. Non è un episodio isolato, ma la sintesi di un percorso: la disciplina del ritratto, la familiarità con la tradizione ecclesiale, la capacità di progettare immagini “trasportabili” da un linguaggio a un altro (dalla pittura al mosaico), senza perdere intensità.
E c’è un ultimo dettaglio, quasi narrativo: la presentazione del clipeo al Papa avviene in un tempo in cui l’immagine, sui social, brucia in pochi secondi. Qui accade il contrario: l’immagine si prepara, si traduce, si innalza, si consegna a una basilica e a un’altezza che impone distanza e durata.
È anche questo, forse, il senso più profondo del lavoro di Rodolfo Papa: ricordare che l’arte – quando è davvero tale – non rincorre l’istante, ma costruisce memoria.




