Nel mio viaggio di ritorno da Nocera a Firenze ho portato con me Il Sebeto e l’acqua santa (Storie di Napoli e napoletani) di Gerardo Ruggiero. L’ho letto tutto d’un fiato. Lo stile di Ruggiero, che è uno storico del Mezzogiorno, è lineare, scorrevole, limpido, ed è la perfetta espressione di un pensiero che ha meditato a lungo i concetti che espone. Il suo interesse per Napoli, e per la storia di personaggi noti, e meno noti, della capitale del regno borbonico, e anche di Nocera de’ Pagani, nasce da un amore profondo per la sua terra, che lo porta a raccontarla, ma con la lucidità e la consapevolezza dello studioso. Non è un caso che egli scelga come una delle parole chiave del titolo del libro il nome di un fiume, il Sebeto, che non c’è più, e che è stato ingoiato dalla metropoli nel suo avanzare. Il Sebeto per Ruggiero è il simbolo più profondo dell’anima di Napoli, in quanto è una città che è stata modellata dalla storia, e senza un approccio di questo tipo poco si può comprendere non solo di Napoli ma dello stesso Mezzogiorno d’Italia. Ad esempio, l’agorafilia dei Napoletani, che si manifesta accalcandosi in piazza San Gaetano, e in altre piazze della città, è una consuetudine che si ripete da duemila anni. Allo stesso modo appartiene al costume e alla storia di Napoli la profonda inscindibilità fra il sacro e il profano, anche se oggi si è un po’ allentata, e la sua origine va cercata nella coesistenza per secoli a Napoli, più che in altre parti di Italia, di due poteri, quello della Chiesa e dello Stato, spesso in conflitto fra loro.
Il volume di Ruggiero è strutturato in capitoli raggruppati in sezioni in base alle vie, o a luoghi simbolo della città, cioè secondo un taglio orizzontale, da cui poi si sviluppa quello verticale, ovvero il salto temporale nel passato. Così facendo presente e passato si incontrano, e si illuminano a vicenda. I personaggi del passato vengono delineati con estrema precisione (penso a Marco Peluso, detto Carcioffola, che viene colto nell’atto di allungare le mani sulla lattuga, ecc.), ma sempre con lo sguardo rivolto al milieu sociale, alla cultura non solo delle élite, ma anche del volgo. Accanto alla gente comune, ai popolani, ai dimenticati dalla storia dei grandi, compaiono poi personaggi come Giannone, Vico, e a Sant’Alfonso Maria de Liguori (pp. 81-107), le cui vicende e la cui ricerca umana e intellettuale appare strettamente legata non solo alla storia di Napoli, ma a quella europea, e a un fervore di studi che ha sicuramente il suo punto più alto nel 1700. In particolare, nel tracciare la storia di Sant’Alfonso Maria de Liguori, Ruggiero insiste molto sulle cause, cioè una crisi profonda acuita da una sconfitta professionale, che lo indussero a lasciare il proprio ceto sociale e a scegliere la vita religiosa (pp.104-5):
In questo tormentoso stato d’animo trascorse tutta quell’estate e il 28 agosto, recatosi a pregare nella chiesa di S. Maria della Redenzione dei Cattivi, slacciatosi lo spadino, simbolo del suo status, lo depose sull’altare della Vergine.
Uscito da quella chiesa, egli non era più l’avvocato Alfonso de Liguori, nobile del seggio di Portanova, ma solo un uomo in cerca del suo destino.
Ogni sezione del libro di Ruggiero è preceduta da una riflessione di tipo morale. È una scelta ovviamente non casuale, che come un filo rosso ci guida fra i sentieri della memoria, ma anche nella trama intricata della contemporaneità. La memoria, però, non è intesa come inutile orpello o erudizione storica, ma come una facoltà attiva, volta alla ricerca di senso, e come impegno civile. Non a caso lo studioso, nelle pagine in cui ricorda il fervore dell’editoria napoletana dopo l’invenzione della stampa, insiste su un concetto, cioè che la libertà di espressione è a rischio oggi più che ieri, in quanto nell’era della globalizzazione è più frequente la manipolazione delle informazioni (false notizie), ed è anche più difficile per paradosso capire qual è la verità. Il viaggio nel passato, in conclusione, la comprensione della nostra storia, è forse una possibilità, l’unica che abbiamo per interpretare e comprendere qualcosa in più della nostra modernità. O quantomeno per fare esercizio della ragione illuminista e non accettarla in maniera acritica.





