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La voce sommessa di Sergio Nelli: ricordo di un autore dimenticato

Un libro riemerso dagli scaffali, una dedica del 2011, e il ricordo di un collega gentile: omaggio all’ironia, alla scrittura profonda e all’umanità di un intellettuale fuori dagli schemi

Francesco Capaldo by Francesco Capaldo
Aprile 21, 2025
in Libri
Reading Time: 2 mins read
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Ritratto di Sergio Nelli accanto alla copertina del suo libro "Orbita clandestina", edito da Einaudi

Lo scrittore Sergio Nelli e la copertina del suo romanzo Orbita clandestina (Einaudi)

Stamattina mi capita sotto gli occhi, fra i miei libri, Orbita clandestina (Einaudi) di Sergio Nelli.  Lo apro, leggo una dedica e una data: 17 ottobre 2011. Da poco ero giunto a Firenze. Nelli lo conobbi al Liceo Pascoli. Era mio collega, insegnava filosofia. Poi cambiai scuola, e lo persi di vista. Qualche anno fa ho saputo per puro caso, nella trama sempre più sfilacciata dei rapporti, della sua morte.

Sfoglio le pagine del libro. Ritrovo una mia breve nota critica, annotata a mano su un foglio, dello stesso anno. Scrittura ‘minima’ – scrivevo- quella di Nelli, che si sviluppa tutta nel movimento unico dentro-fuori. C’è un solo tempo, quello dell’interiorità, della catastrofe emotiva, della vecchiaia e della malattia inesorabile, che assorbe quello lungo della vita: la giovinezza, il divorzio, i figli, la maturità, insomma il passato e il presente ovvero la storia d’amore con  Gao.

Con Nelli, specie durante la ricreazione, fra discorsi vari (mi è difficile dimenticare il suo umorismo, la sua gentilezza e accoglienza, e soprattutto la sua capacità di sdrammatizzare ogni volta) si parlava di libri, e della narrativa contemporanea. Gli scrittori – diceva- raramente, e specie in Italia, diventano famosi. I più a volte cadono nell’oblio, e mi citava il caso di Dante Arfelli. Poi mi consigliava di leggere Antonio Moresco (che mi presentò). Sosteneva – e probabilmente aveva ragione- che fosse un grande narratore.

Nelli era un uomo umile. Parlava poco di sé. Avrebbe meritato più fama. Come intellettuale aveva contribuito alla fondazione della rivista ‘Il primo amore’, e negli anni aveva maturato una posizione critica rispetto alla narrativa che stava – o forse aveva già perso- la sua funzione di ricerca di stile e di verità. Tutto ciò che invece la sua narrativa non è. Al contrario è intensa, meditata, frutto di riflessione sulla vita e sull’esistenza, e soprattutto sostenuta da letture e studi.

Non racconterò la trama di Orbita clandestina. Mi fermerò ancora un po’ sull’uomo Nelli, e sullo stile del libro. Sono strettamente legati, credo, questi due aspetti. L’ironia di Nelli si alimentava della sua adesione ombelicale alla vita, del suo bisogno di tuffarsi nelle piccole cose, e in fondo anche del suo essere – a modo suo- poco incline a cristallizzarsi in schemi fissi. Questo suo modo d’essere lo si ritrova nella sua prosa limpida, pensata, mai prevedibile, chiusa nel genere del romanzo ma pronta a romperne le regole, più intenta a cercare la verità, l’espressione profonda e autentica che a ripetere un modello in serie.

Continuo a sfogliare il libro. Noto che c’è una parte che avevo sottolineato. In una sorta di intersezione fra passato e presente. Parole, sottolineature che si fanno oggi voce. Non la mia, ma quella ancora attuale di Sergio Nelli:

La rana regalatami da Gao è emersa dalla saponetta, e allora l’ho ripulita. Quando l’ho messa sulla libreria è caduta di dorso ed è rimasta bianca a pancia in su come una rana vera, con le braccia e le gambe larghe, quasi come un crocifisso. Forse è per questa ragione che gli umani sono sempre stati immensamente crudeli con le rane, coi rospi: a causa della loro presunta bruttezza e inermità certo, ma anche per spregiare di nuovo e torturare Cristo.

Tags: letteratura italiana contemporaneaOrbita clandestinascrittori dimenticati
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