L’umanità allo specchio è un titolo felice. In poche parole, infatti, condensa il cuore degli interessi artistici e scientifici di Salvatore Maiorana, cioè l’uomo, in una molteplicità di prospettive: il teatro inglese del Novecento, il rapporto fra ‘neuroscienze e performance teatrale’ (p. 239 e seguenti), l’analisi critica secondo nuove categorie e strumenti del King Lear di Shakespeare, ma anche i rapporti fra teatro e didattica.
E l’uomo sarà anche il filo rosso di questa mia breve lettura critica. Mi soffermerò, fra i tanti autori citati da Maiorana, sulla figura di Edward Bond, con il quale l’autore attraverso delle interviste ha un dialogo intenso e fitto, quasi speculare. E per una ragione semplice: egli elabora un teatro nuovo rispetto a Brecht (p.17), ‘razionale’, in cui l’esistenza sociale determina il pensiero. Per Bond l’uomo non è violento per natura, ma è la società che utilizza la violenza degli uomini (pp. 29-30). Egli considera l’arte borghese come crudele, assurda, ‘per niente sensibile’. Va perciò creata una nuova estetica, e bisogna attraverso la scrittura contribuire a rimodellare la natura umana, che non è innata, ma ‘creata dagli stessi esseri umani’. In altre parole è un ‘prodotto sociale’, per cui è possibile ‘ricreare una comprensione «razionale» del mondo (p.118).
Per Bond l’alternativa al socialismo non è la società come si presenta ora, ma un nuovo tipo di società, a cui gli scrittori dovranno contribuire facendo capire alle persone cos’è il socialismo. Se i fascisti – osserva profeticamente- si armeranno con le armi atomiche le conseguenze per l’umanità saranno catastrofiche (p.119). La «morale» – nota il drammaturgo in un’altra intervista di Maiorana- non è una cosa astratta, ‘ma è il modo come è guidata una società’ (p.123). Noi ci guardiamo ‘sempre negli specchi’, e ‘come comunità ci guardiamo in un altro specchio che è la cultura’. Ciò ci aiuta ad accorgerci di ciò che siamo. Lo specchio in cui ci vediamo ora è quello di una falsa cultura. Bisogna quindi crearne un’altra per vedere ‘ciò che siamo’. Per la costruzione di questo tipo di cultura il teatro è fondamentale, e soprattutto conta il ruolo del pubblico, che deve partecipare emotivamente. La verità e la virtù senza l’empatia non possono cambiare la società, e la chiave per essere umani è la partecipazione emozionale verso le cose (p.159).
L’idea dell’empatia credo che sia il traite de union delle ricerche letterarie e scientifiche di Maiorana. Ritorna infatti nei suoi studi di neuroscienze e di didattica, ma anche nei suoi libri di narrativa. Nella sua lettura di King Lear di Shakespeare si sofferma sul ruolo dello spettatore, evidenziando che egli vive a teatro l’ironia o il dolore come ‘esperienza empatica’, e ciò è possibile grazie ai ‘neuroni specchio’ che gli consentono di comprendere la gioia o il dolore dell’attore ‘come simulazione incarnata, esperienza diretta, nella quale non c’è differenza tra i significati del teatro e quelli della vita reale’ (p. 265). Insomma – mi piace sottolineare alla fine di questa mia breve ricognizione letteraria – l’arte e empatia ci aiutano a diventare umani, a pensare un mondo migliore e a non rassegnarci dinanzi agli orrori di quello in cui purtroppo viviamo.




