Svevo, Kubin, Leopardi. Sono solo i riferimenti immediati, facilmente deducibili, che mi vengono in mente leggendo l’ultimo libro di Fontanella. È chiaro che la sua è una poesia dotta, di un letterato. E tale è anche il suo alter ego poetico. Anche lui poeta, anche lui intellettuale. Anche lui vive a New York. Credo basti questo a definire la sua geografia poetica, che oscilla fra il quotidiano (qui risente della lezione di poeti come Raboni), memoria, sogno, letteratura, cinema, e musica.
Ad apertura della raccolta il poeta è in taxi. Parla, come da tradizione nella poesia lirica, di sé. Ma Fontanella evita, eccetto in alcuni passaggi della raccolta, di abbandonarsi a un puro lirismo. Il suo è un linguaggio dosato, pensato, a volte tagliente. L’io definisce, con una rapida associazione mentale che richiama il titolo di un libro di Svevo, il tratto che percorre da casa sua all’aeroporto ‘corto viaggio sentimentale’. Seguono lacerti di immagini, il riferimento a scene filmiche (lo ‘sguardo indolente di Lester Burnham’), un accenno alla ‘storia sbrindellata di Gabriella’, e a un vecchio racconto di Vasco. Solo alla fine della lirica, in rapidissimo ritorno in praesentia apprendiamo che sta compiendo l’ennesimo ‘trasbordo’ da casa sua all’aeroporto Kennedy, in più di quarant’anni ‘di americano sperdimento’. Ecco in pochi versi la storia umana di Fontanella, raccontata con sentimento ma senza sentimentalismi. È quella di un emigrante, che ritorna periodicamente nella sua terra, e che considera la sua esperienza esistenziale uno ‘sperdimento’. Parola non nuova nel suo lessico, che troviamo in ‘Oblivion’ nella variante ‘disperdimento’(p.55), e che lascia trasparire malessere esistenziale, una sorta di fuga in un mondo non suo, ma anche allo stesso tempo l’annullamento dell’io in una nuova identità.
Nelle liriche successive il vissuto, il pensato (pp.14, e seguenti), cioè la dimensione verticale si alterna al presente, ovvero a quella lineare del viaggio, molto breve, opportunamente definito ‘corto’, e a quella labirintica della coscienza. Ecco allora che il viaggio quello presente, ma anche quello negli anni trascorsi è ‘labirintico’, e forse anche la parola ‘sperdimento’ assume un significato tutto diverso, quello cioè di un’immersione in un flusso indistinto. In praesentia affiora Cristopher (p. 16), ‘l’affabile fàtico autista’, in absentia la figlia Emma, l’unico volto che il poeta definisce ‘senza penombre (p. 17), in un ‘teatro muto’ di imago. È l’imago, cioè l’immagine il terreno del poetico, del suo esistere, che lo porta a credere sulla scorta del personaggio Claus Patera di Kubin, che possa esistere un regno del sogno, per gli insoddisfatti della civiltà.
Da pagina 22 l’io che si autoracconta ritorna in praesentia. Davanti a lui c’è Cristopher, che gli parla. Stanno passando davanti allo Stony Brook Hospital. Di nuovo l’immaginario è il vissuto di ogni giorno. L’io ci informa che il giorno prima era stato in ospedale, e sulla pagina si staglia il profilo pensoso del medico definito un po’ superficiale. Di nuovo Cristopher, la filippina, ecc. (p. 23); ancora un’altra figura in absentia, l’amico Fabio; poi a un tratto nel pometto si fa strada (p.23) – come un leitmotiv fondamentale per comprendere tutta l’opera – il tema della salvazione e il sogno di una nuova umanità (p.24).
Negli Gli spiriti del sangue, divisa in tre parti, la struttura tematica è molto variegata. In UNO va dal tema della memoria e dell’impossibilità di cogliere l’altro o gli altri (prefigurati come fantasmi e frammenti del mondo interno) a quello della felicità (p.42). In DUE si fa più cogente il motivo dell’estraneità, e che solo nella scrittura c’è autocoscienza (p.54). In TRE è centrale il motivo filosofico: gli umani sono ombre, treni che ‘s’incrociano senza incontrarsi’ (p.63), e non si può ‘bucare l’ordito della Rappresentazione’, cioè non si può andare oltre la percezione apparente del reale (p.66).
In Addobbi della consolazione le immagini sono più dolenti. L’io vede dinanzi lo spazio vuoto che riempie dei suoi ‘tanti te’ (p.75). Si sente sull’orlo di un precipizio, teme che tutto da un momento all’altro potrebbe scomparire (p.80). C’è insomma il timore della fine, del ‘risucchio fatale senza compagnia’ (p.85), ma ancora una volta la speranza in una salvazione. Speranza ma anche domanda che resta aperta, e con cui mi piace chiudere questo mio breve intervento (p. 78):
Salvarsi dal finale naufragio.
Cosa mettere nel bagaglio a mano?
Per chi poi? Per cosa?
Per chi resta è croce e delizia
vai mormorando sottovoce con Armand
in lirica menzogna […]





