La mattina, scrive Luciana Mandarino, “rimette in fila la vita” senza chiedere permesso: la luce entra, l’acqua scorre, l’odore di sapone fa da sfondo a un rito piccolo e ripetuto. Su una mensola, accanto allo specchio, c’è uno spazzolino. Sembra un oggetto qualunque, e invece in Lo spazzolino – romanzo-memoir d’esordio in uscita il 13 aprile – diventa il grimaldello narrativo con cui l’autrice apre la porta della memoria, e insieme una bussola emotiva capace di orientare il lettore dentro “un luogo bellissimo e complicato” chiamato famiglia. Il libro nasce proprio da qui: dall’idea che la memoria non sia un verbale, ma una trama di dettagli, sensazioni e ritorni, e che certi oggetti – più di molte parole – sappiano trattenere ciò che una bambina non riesce ancora a nominare.
Cresciuta in Campania, in una periferia degli anni Ottanta, Mandarino affonda la penna in un contesto sociale dove la “diversità” ha un’etichetta precisa e pesante: divorzio. Il paese osserva, giudica, inchioda ai cognomi; la separazione diventa un lutto pubblico, un disonore che “si attacca alle porte”. Ma il colpo più duro non è solo la frattura dei genitori: è la conseguenza, “oggi incredibile”, di una sentenza che separa anche le figlie, affidando la sorella alla madre e lei al padre quando ha sei mesi, età in cui non si sa chiamare ma si riconosce già “il calore da cui dipende”. Dentro questa ferita si muove il grande alveare femminile della casa paterna – nonna, zie, cugine – un matriarcato che protegge e stringe, e in cui i riti domestici (la cucina, il cibo, la domenica, l’educazione severa e affettuosa) diventano la grammatica dell’appartenenza. È un mondo concreto, mai folkloristico, popolato di gesti che salvano e di sguardi che pesano, e soprattutto da una figura luminosa, zia Gerardina, sarta e spirito libero, che consegna alla narratrice una frase-chiave: “il tatto ricorda”. È in un momento di confusione e solitudine improvvisa che lo spazzolino smette di essere oggetto e diventa persona: la bambina lo prende, gli parla “come si confida a qualcuno che non interrompe e non giudica” e gli dà un nome, Ciro.
Il libro cresce per scene, come fotografie interiori: il telefono grigio della SIP che diventa altare d’attesa per una voce lontana, il Natale come costruzione paziente, le rare ore “in tre” con il padre di ritorno da Milano e l’imbarazzo di chi deve spiegare la propria storia davanti al paese. Poi arriva lo spartiacque collettivo, il terremoto del 23 novembre 1980: Mandarino lo racconta dal basso di uno sgabello, mentre osserva un presepe e respira “odore di colla” che per lei è già Natale, fino al boato, al buio, alla polvere, alle urla, alle suore che pregano, al tè caldo portato ai bambini, e a quel pensiero improvviso che corre diritto al bagno di casa, alla mensola, al suo amico rimasto indietro. In queste pagine la scrittura trova la sua forza migliore: sensoriale, precisa, capace di restituire la logica infantile con cui si attraversa un trauma senza trasformarlo in spettacolo. E quando la narrazione torna a stringere il nodo centrale – la separazione come foglio in mezzo, il legame tra sorelle che non si lascia archiviare, la consapevolezza adulta che “il divorzio lo vivono tutti i giorni i figli” – Lo spazzolino evita la pacificazione facile e resta fedele a un’idea più onesta: non c’è un lieto fine, c’è un colore diverso che il tempo dà agli eventi. L’ultima traiettoria del libro, congedandosi da Ciro e rimettendo in moto la vita “non per fuggire: per tornare”, chiude come deve chiudere un memoir riuscito: lasciando al lettore non una morale, ma una risonanza, quella che hanno le storie quando parlano delle cose piccole e in realtà stanno dicendo tutto.





