Da più giorni ho sulla scrivania Dalla parte degli infedeli di Sciascia. A convincermi ad acquistarlo, era stato il titolo alquanto insolito. Sciascia è scrittore morale. Non racconta per fare cronaca, o per fotografare un episodio particolare del suo tempo, ma sceglie i soggetti delle sue narrazioni per far emergere il costume di un popolo, le sue profonde e nascoste radici culturali. In questo caso di quello italiano.
Veniamo ai fatti. Siamo nell’agosto del 1979. Il narratore alter ego dell’autore ha dinanzi a sé l’archivio di monsignor Angelo Ficarra. Lo apre. Gli capita subito sotto mano una lettera anonima del 1947 con un ritaglio dell’Osservatore romano. Osserva che molti anni prima aveva immaginato e scritto una storia di crimine che prendeva avvio proprio da una lettera anonima composta con parole ritagliate dall’Osservatore romano. Da qui un giudizio di tipo filosofico sulla vita, che definisce fatta di circolarità fra realtà e fantasia, e speculari rispondenze (p.10).
La prosa di Sciascia non è semplice. È lineare, ma complessa, pensata, e spesso, pur nella brevità dei testi, ci impone di fermarci, di meditare, insomma richiede una lettura lenta. Il racconto è sempre volto a mostrare una zona oscura, a fotografare le contraddizioni della società italiana, che presenta purtroppo una drammatica continuità.
Ritorniamo a Ficarra. La lettera anonima del ’47 segna per lui l’inizio di una persecuzione da parte delle autorità ecclesiastiche. Il vero problema, come dimostra Sciascia nelle pagine seguenti, è che la Democrazia cristiana a Patti, alle ultime elezioni era stata sconfitta da due liste di laici e comunisti che si erano coalizzate; se ne chiedeva conto al monsignor, che ingiustamente veniva accusato di non aver fatto bene il suo dovere, che era quello di doversi prendere cura della ‘salute politica’ e non ‘spirituale’ dei fedeli della sua diocesi. Per paradosso proprio perché Ficarra svolgeva bene il suo ruolo di vescovo, cioè si dedicava alla preghiera e alla carità cristiana, e non faceva nulla per favorire nelle elezioni la Democrazia cristiana, era diventato inviso alle autorità ecclesiastiche che erano al di sopra di lui, e che si adopereranno per rimuoverlo dall’incarico. Commenta ironicamente Sciascia, cogliendo nella vicenda del povero Vescovo, una costante del costume degli italiani (p.30):
[…] A pensarci bene, c’è sempre nelle cose italiane – tragedia, dramma, commedia o farsa che siano – un «matrimonio che non s’ha da fare» […]
Con dovizia di particolari Sciascia ricostruisce le pressioni, che Ficarra subisce, e che assumono i caratteri di una vera persecuzione. In primis si cerca di convincerlo, a rinunciare all’incarico per la sua non più florida salute (cosa non vera), ecc. Per riflesso emerge il carattere del prelato, cioè di un uomo di fede autentica che crede nella verità, e che non accetta che ‘dalla Chiesa, dalla sua Chiesa, gli venisse la menzogna’ (p. 34), e si rifiuta di farsene complice. Da qui il suo sdegno. Ma è anche vero il risvolto della medaglia, cioè che Ficarra non coglie la rete dei rapporti dei suoi detrattori, e la loro vastità. Non comprende le radici del fenomeno democristiano. ‘Gli sfugge’ – osserva Sciascia – ‘la solidarietà, che arriva in quegli anni di guerra fredda all’identificazione, della Chiesa a un partito politico, in un partito politico’(p.36). Compie un errore di valutazione, non capisce che quella che lui definisce la megalomania di qualche prete, è invece una normale esaltazione, normale in tutta Italia e non sono in Sicilia, di corsa al potere, ereditata naturalmente dal fascismo. E lui a Patti era da ostacolo a tutto questo, rifiutandosi di farsene complice (p.37). Per questo, dopo alterne vicende, sapientemente documentate da Sciascia, in un ibrido narrativo fra saggio, racconto e inchiesta, in modo inaspettato e assurdo, come in un romanzo dell’assurdo, Ficarra legge dal Giornale di Sicilia la sua rinuncia alla diocesi di Patti e la promozione ad arcivescovo titolare di Leontopoli di Augustamnica, cioè in partibus infidelium. Puntuale il commento ironico del narratore, che osserva che ‘dalle parti degli infedeli, non nominalmente ma a tutti gli effetti, monsignor Ficarra c’era già stato’ (p.62).





