Sono sul Lungarno Soderini a Firenze. Lentamente mi avvio verso casa. Sono uscito da poco da Palazzo Bellini, dove sta per concludersi la mostra ÆON di Jannik Senium. Ho ancora negli occhi i colori delle sue opere, lo sguardo impassibile della sua Venere, straordinariamente rappresentata in una tela enorme: The death of Venus.
Mi sembri che mi guardi ancora. È lì, su una riva, e sta morendo. O è già morta. È immobile in un tempo eterno, che nel suo scorrere, si è fermato. Accanto a lei c’è una fanciulla che la tiene sul suo grembo, e poi ciò che il mare, che campeggia sullo sfondo, ha lasciato sulla spiaggia, cioè la testa di una statua. Il paesaggio è appena accennato, e i colori sono quelli freddi del nord. Siamo dinanzi a un naufragio, a una perdita inesorabile, cioè a quella della bellezza che muore. Non è più nascente, come è stata immortalata dai poeti, e dagli artisti, ma è colta nel suo attimo ultimo prima di scomparire per sempre. Basti questo per fare della ricerca formale di Jannik Senium non una rivisitazione del classico ma un’interrogazione del nostro presente. È un tema questo certamente non solo suo, ma su cui hanno riflettuto e riflettono tuttora storici, filosofi, scrittori, che avvertono una distonia fra il passato e il nostro mondo funzionale e tecnologico. Con la differenza sostanziale, però, che in Jannik Senium non è un’analisi filosofica o un pensiero concettuale, ma è creazione artistica. Nonostante la precisione dei dettagli la sua arte non è mimetica, ma al contrario è altamente immaginativa.
È il senso della bellezza perduta, della sua impermanenza nel nostro mondo tecnologico, che ispira, credo, Jannik Senium. A quella bellezza in qualche modo l’artista continua a tendere, ne avverte l’eco specie nella suggestione dei grandi maestri umanistico-rinascimentali, ma anche la morte in una realtà in cui l’arte appare solo tecnica, e in quanto tale come un mero oggetto riproducibile. Egli sceglie dinanzi alla moderna babele dei linguaggi di ritornare all’essenzialità. Non lo fa per velleità classicista, ma per necessità: è consapevole del naufragio della nostra cultura, e riparte, secondo la sua sensibilità, da ciò che si è salvato dalla perdita. Sulla riva del presente egli porta una ritrovata linearità narrativa, la semplicità della struttura nella composizione, la straordinaria padronanza della tecnica, il senso della tragedia coniugato con una sobria compostezza penso a Emely & William, e 20 years later).


Il tratto di Jannik Senium non è finalizzato a rappresentare, ma è interiore. È la musica, l’armonia, e anche il dramma che ha dentro che si fa corpo, come in Moon, dove la suggestione è tutta negli occhi chiusi della donna, rivolti verso una dimensione e una zona oscura indefinibile.

Non è quella dell’inconscio o del sogno, ma è qualcosa in più. Si intravede senza svelarsi. È un orizzonte che va oltre il noto. Forse è una ripartenza, o il tentativo di un nuovo viaggio dopo che tutto si pensava fosse già stato visto e non ci fosse altro da dire, e da scoprire.





