Vincenzo Frungillo, poeta, scrittore, saggista, di origine napoletana, ha al suo attivo diverse pubblicazioni. Trai i suoi libri di versi ricordiamo: Fanciulli sulla via maestra (2002), Ogni cinque bracciate (2009), Il cane di Pavlov (2013), Le pause della serie evolutiva (2016).
Il volume Il luogo delle forze. Lo spazio della poesia nel tempo della dispersione (2017) contiene
parte dei suoi saggi sulla poesia. Ha inoltre pubblicato la monografia Il rischio e la perdita. Su identità e linguaggio in Martin Heidegger (2022). Sue poesie sono presenti in antologie estere e italiane, tra le quali Reisen durch die junge Lyrik Europas (2019), Poesia dell’inizio del mondo (2007), Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana (2009) e Poesie
dell’Italia contemporanea. È stato pubblicato nel 2025 l’ultimo suo libro di poesia La luce dell’eclissi su cui gli abbiamo rivolto alcun domande.
L’ossimoro del titolo, il buio-luminoso, può essere utilizzato come una chiave di lettura del volume da parte del lettore nel senso di movimento di negazione e insieme di rivelazione?
«È un titolo che racchiude il senso dell’intero libro, la tua osservazione è giusta. Le figure ossimoriche sono ricorrenti in tutto il testo. La luce dell’eclissi rivela mentre nasconde, come avviene nel movimento originario del disvelamento greco, ma, anche, come ci insegna la saggezza orientale che contempla la coincidenza degli opposti. Mentre noi occidentali, dopo Parmenide, abbiamo iniziato a considerare la verità come graduale evidenza delle cose. Il titolo, però, indica anche il ruolo primario della parola che opacizza una luce abbagliante, così come avviene quando si guarda il sole e ci se ne ritrae con le pupille ferite. Se si chiudiamo gli occhi, allora, vedremo una sorgente a forma di rosa che si apre nel buio: vediamo il buio. Questo è l’ossimoro per eccellenza che regge tutto: non c’è il buio e poi la vista, ma la vista e il buio sono correlati, sono il senso profondo del linguaggio e di ciò che la poesia in sé ricorda. Platone, nel mito della caverna, nella Repubblica, ci dice che le parole vere e originarie sono quelle di chi torna nel buio con gli occhi abbagliati, dopo aver vista la luce del sole. La poesia ricorda questo processo insito in tutte le parole e nel linguaggio in genere. Questo principio, nel libro, oltre ad essere fondativo, è anche politico come spero di aver modo di spiegare».
Potrebbe essere giusta la definizione formale di un poema sperimentale con una struttura drammaturgica (tre atti, preceduti da un proemio, e cinque scene?) È la prima volta che si è creato questo intreccio nella tua opera e nella tua poetica?
«Negli anni scorsi ho pubblicato almeno due testi teatrali, una drammaturgia (Spinalonga. Una drammaturgia sulla corruzione), e un monologo (Il cane di Pavlov), quest’ultimo, che si è aggiudicato anche il Premio Fersen per il teatro, è stato interpretatoin scena, il primo è stato letto da attori professionisti solo per stralci. Quest’ultimo libro, La luce dell’eclissi, ha l’ambizione di fondo di mettere insieme poesia (in forma di sonetto, quindi forma lirica per eccellenza) e teatro. In epigrafe al testo, non a caso, c’è una frase di Alberto Savinio relativa alla sua concezione della parola teatrale, unita ad una frase di Fosse.
La luce dell’elissi, quindi, è una sorta di sintesi dei miei libri, un luogo di congiunzione di diverse scritture che ormai vanno avanti da diversi anni. La differenza, rispetto ai due testi sopra citati, è che qui la poesia lirica fa proprio lo spazio della messa in scena teatrale, mentre il teatro si appropria della densità esistenziale e filosofica della lirica. La sperimentazione è nelle forme naturalmente e non nei contenuti. Il libro prosegue l’analisi della scrittura poetica che ho iniziato fin dai primi testi. La mia scrittura resta meta-poetica, ossia riflessione sul linguaggio e del nostro ruolo di esseri parlanti, di specie vivente che usa, e che subisce, la parola. Come sai, ne abbiamo parlato altre volte in altri contesti, e ti ringrazio sempre di averne voluto scrivere, la mia poesia è quasi sempre poematica, se con questo termine intendiamo un’opera progettuale che si ripromette di catturare una verità specifica, a volte anche storica, all’interno della struttura testo congegniata in ogni sua parte».
Tra i temi, il conflitto tra opposti (predatore–preda, creatore–creatura, padre–figlio) sembra ricorrente…Ma si incontra anche l’archetipo della madre come salvazione: personalmente ho trovato molto bella questa poesia:
Ricorda d’aver visto un filmato:
il cucciolo di un bisonte
era vittima di un felino,
un grosso animale carnivoro,era rimasto isolato dal branco;
nell’istante dell’ultimo assalto,
sono arrivate in gruppo le madri
a scacciare indietro la minaccia.Ricorda questa flebile speranza
come una memoria ancestrale,
venuta chissà da dove,un salto temporale,
che annulla la resistenza
della quarta parete.
«Sì. Ricorrono questa coppie in tutto il libro. Come ti dicevo nella prima risposta, più che conflitto si tratta di coincidenza di opposti. Gli stessi personaggi che attraversano il libro sono A. ed a., Autore ed attore: il primo è una messa in scena di colui che scrive e prova ad arginare la pagina bianca, ma anche il vuoto originario; quest’ultimo è un vero e proprio personaggioossia l’attore (qui nel suo senso etimologico, da agěre, azione del vuoto originario). La parola dell’Autore che argina il vuoto, allo stesso tempo, lo nomina e lo mette in scena; la parola che vuole dire il vuoto fallisce ancora nel riempirlo di senso. Questa dinamica ossimorica è l’azione stessa che muove la poesia e il testo; le coppie che citi sono proiezioni di questa figura doppia originaria. Questa dinamica originaria però non è eminentemente nichilistica, Beckett è solo una suggestione testuale. Il movimento del testo prospetta una continua apertura che è salvifica.
Il libro è anche messa in scena di una vita, una mise en abymedi uno scrittore che scrive sul senso stesso dell’esistenza, a partire dall’origine, per finire con l’immagine della madre che è archetipo della scrittura stessa. La madre ricorda le madri di Goethe del Faust. Se le madri di Goethe sono tremende, perché inafferrabili, qui la madre è la tessitura del testo, è l’archetipo della scrittura».
Potresti, se vuoi, brevemente indicare un filo conduttore di vari quadri del libro al lettore di Pickline? Io sono rimasto spiazzato dall’apparizione a p. 65 di “Hans e Sophie Scholl, fondatori e membri dell’organizzazione di resistenza al nazismo Weiße Rose”, la “Rosa Bianca” (poi uccisi) anticipata dalla sagoma, stampata dal laser, di’“uomo seduto ad una scrivania, che incide su una tavolettadi cera l’immagine di una rosa bianca” (p. 49).Dominano sempre, in altre forme, imposizione e violenza contro le quali anime giovani si ribellano così come in tanti parti del mondo feroci dittature di cui i giovani sono le prime vittime?
«Ho un po’ anticipato la tua domanda nella risposta precedente. Gli atti sono tre: il primo mette in scena l’inizio della vita e della parola; il secondo è incentrato sulla formazione e la crescita; il terzo è incentrato sull’età matura e sulla fine. La madre compare, in particolare, nella scena finale: ciò che resta, alla fine del libro, è l’atto stesso della tessitura, ossia il linguaggio.
La parte sulla Rosa bianca, il gruppo di resistenza al nazismo composto da ragazze e ragazzimolto giovani, è l’aspetto politico del testo. I fratelli Scholl sono protagonisti di un testo teatrale che l’Autore vorrebbe comporre e che abbozza nella trama del testo dove leggiamo le parole del monologo di Sophie.Questi personaggi storici, sulla scia delle nuotatrici della DDR che erano il soggetto di Ogni cinque bracciate, libro del 2009, del pastorello Stephan della crociate dei fanciulli, comparso in Le pause della serie evolutiva, 2016, di Martina e Bruno, Il cane di Pavlov, 2013, sono emblema della rivolta. Se si intende questa parola come torsione del linguaggio. Incarnano, quindi, una parola che non si esaurisce nella linearità, nella funzionalità tecnocratica, del mondo occidentale. Furio Jesi ci ha insegnato il senso del mitonontecnicizzato, così come Benjamin ci ha parlato del valore messianico di certe immagini. Qui si fa esplicito il richiamo alla rosache allegorizza l’immagine della luce nel buio o anche l’essenza del linguaggio poetico. La rosa è simbolo antico che ricorre nella nostra tradizione letterarie, basti pensare a Dante, ma qui sarebbe troppo complesso per me ricostruirne, anche solo in parte, la genealogia».





