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Sottomarino argentino disperso: si torna a sperare

Indiscrezioni provenienti dagli Stati Uniti affermano che la marina statunitense avrebbe captato in profondità un “punto di calore” che potrebbe corrispondere a un oggetto metallico. Si ritorna a credere nella risoluzione positiva del caso

Buenos Aires, 22 novembre 2017- Sono ore frenetiche quelle che si susseguono sui mezzi da ricerca impiegati per tentare di recuperare l’Ara San Juan, il sottomarino argentino classe TR-1700 a propulsione elettrica col quale si sono persi i contatti ormai dal 15 novembre. In un’altalena di speranze e disillusioni, le ultime notizie permettono ai familiari dei 44 membri dell’equipaggio di ricominciare a credere di poter rivedere in vita i propri cari, nonostante il portavoce della Marina argentina, Enrique Balbi, ammetta che all’interno dell’imbarcazione si sia entrati molto probabilmente in una fase critica dettata dalla scarsità di ossigeno presente a bordo dopo 7 giorni di inabissamento, anche se, alcune fonti della marina, affermavano nei giorni successivi alla scomparsa del sommergibile che le scorte di viveri e aria respirabile avrebbero potuto garantire la sopravvivenza dell’equipaggio per due settimane oltre la fine prevista della missione, la cui conclusione naturale sarebbe stata il 21 novembre.

LE FALSE ILLUSIONI. Negli scorsi giorni le autorità argentine, coadiuvate da squadre di recupero giunte sul posto da tutto il mondo, avevano captato dei segnali provenienti da un telefono satellitare: sette chiamate tentate da un apparecchio telefonico che si sperava fosse quello del sottomarino scomparso. Tuttavia l’azienda proprietaria dei satellitari in questione, ha prontamente spento la fiammella della speranza, appurando che le chiamate non sono state effettuate dall’Ara San Juan, la cui ultima comunicazione con la terra ferma denunciava dei problemi alle batterie del sommergibile, che secondo le ipotesi più accreditate avrebbero potuto causare un incendio a bordo, e alla luce dei quali la Marina argentina aveva ordinato all’imbarcazione di dirigersi il prima possibile in porto. Nonostante questa delusione, l’ottimismo si era diffuso tramite la notizia di segnali continui provenienti dal profondo dell’oceano, come di battiti, che lasciavano intendere che qualcuno, probabilmente dall’interno dello scafo, cercasse di segnalare la propria posizione. Ma anche in questo caso, apparecchi oceanografici hanno smentito questa ipotesi, constatando che si tratti, quasi sicuramente, di un rumore di origine naturale proveniente dagli abissi atlantici.

UN NUOVO SEGNALE DI SPERANZA. Nonostante l’apprensione per le sorti dei 44 membri dell’equipaggio si faccia sempre più pressante e la possibilità di ritrovarli tutti in vita sempre meno probabile, è di oggi la notizia che fa tornare a sperare le famiglie dei marinai coinvolti: aerei dell’aeronautica statunitense avrebbero infatti localizzato un “punto di calore” proveniente da un oggetto metallico a largo di Puerto Madryn, a 300km dalla costa, a una profondità stimata intorno ai 70 metri, permettendo di ridurre l’area di ricerca. In una corsa contro il tempo, quando ormai a bordo le scorte di ossigeno comincerebbero a scarseggiare, la notizia fa auspicare nel salvataggio dell’equipaggio, il cui primo ufficiale è Maria Krawczyk, 34 anni, personaggio già divenuto storico in Argentina trattandosi della prima donna ufficiale del paese sudamericano. E considerando che le condizioni climatiche nell’area di ricerca stanno migliorando, dopo giorni di maltempo che hanno complicato di molto i tentativi di localizzazione del sommergibile, le autorità, e soprattutto le famiglie degli sfortunati marinai, si aspettano e sperano di recuperare in tempi brevi l’imbarcazione.

IL PRECEDENTE ILLUSTRE. La vicenda, nella sua drammaticità, è simile a quella del sottomarino russo Kursk, che il 12 agosto del 2000 si inabissò nel mare di Barents. Dei 118 membri dell’equipaggio, soltanto in 23 sopravvissero all’esplosione che causò l’affondamento del sommergibile, salvo morire nei giorni successivi intrappolati all’interno dello scafo. Ciò che non si augurano di certo i familiari delle vittime dell’incidente dell’”Ara San Juan”, le cui cause dell’inabissamento si poggiano su ipotesi ancora non confermate. Bisognerà far luce sugli eventi che hanno portato a questa drammatica situazione, ma intanto la comunità internazionale si stringe attorno all’Argentina, offrendo aiuti nelle operazioni di ricerca, che vedono impegnate 4000 persone, 40 navi, una decina di aerei e svariati pescherecci, attivi giorno e notte per tentare un’impresa che al momento sembra complicata, ma un po’ meno impossibile. La stessa cosa era avvenuta dopo l’affondamento del Kursk, ma il governo russo in quella circostanza decise di non avvalersi degli aiuti stranieri, tentando di risolvere in autonomia la situazione, con risultati purtroppo fallimentari. Se è vero che l’unione fa la forza però, in queste ore cariche di angoscia e terrore, i parenti delle vittime possono provare ancora a credere di rivedere sani e salvi i propri cari, consapevoli di non essere soli.

Il sottomarino russo Kursk
Il sottomarino russo Kursk, che il 12 agosto del 2000 si inabissò nel mare di Barents
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