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Egitto, attacco alla moschea. Ecco perché la stampa occidentale non ne parla

Un commando jihadista definito “takfira” ha fatto irruzione nella giornata di ieri in una moschea egiziana della regione del Sinai, uccidendo 305 persone e ferendone oltre 100 con bombe e colpi di arma da fuoco. Ma la stampa occidentale non garantisce sufficiente risalto all'accaduto, come spesso accade quando a cadere sotto i colpi di kalashnikov non sono dei cittadini appartenenti al nostro mondo culturale

Ennesimo fatto di sangue in Egitto. In una moschea sufi nel villaggio di Bir al-Abed, regione del Sinai, dei terroristi takfiti, giunti a bordo di 4 fuoristrada, hanno piazzato diversi ordigni e, dopo averli fatti esplodere, hanno cominciato a sparare sui fedeli riuniti in preghiera. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis, il sedicente Stato Islamico, che nonostante abbia ormai perso la stragrande maggioranza dei territori conquistati negli ultimi anni, continua a perseguire il suo piano diabolico di conquista del mondo. Le vittime designate, questa volta, sono stati i fedeli dell’orientamento islamico sufi, considerato apostata dai guerriglieri salafiti di Daesh. E come ogni altro gruppo religioso ritenuto infedele dai terroristi di Al Baghdadi, hanno pagato con la vita il solo fatto di professare un credo differente da quello dei tagliagole dello stato della bandiera nera.

VITTIME DI SERIE B? Ma come è spesso accaduto negli ultimi anni, gli attacchi dell’Isis avvenuti in regioni extraoccidentali non sono stati trattati dalla stampa europea allo stesso modo di quelli che hanno colpito il Vecchio Continente o gli stati occidentali. Abbiamo tutti ancora negli occhi il volto sorridente di Valeria Solesin, vittima italiana della strage al Bataclan di Parigi, e nessuno di noi può dimenticare gli attacchi sanguinari e vigliacchi che lo Stato Islamico ha perpetrato a Bruxelles, Barcellona, Nizza, Londra, Berlino, Manchester, New York e Melbourne. Azioni barbare che hanno fatto precipitare il nostro mondo evoluto tecnologicamente in un medioevo culturale dalla difficile risoluzione. Molti giornali in tutta Europa, più o meno autorevoli, hanno identificato nell’Islam, religione dei tagliagole di Daesh, il pericolo più importante e più prossimo di un continente, quello in cui viviamo, e di una civiltà, quella di cui ci sentiamo parte, che oggi attraversa una crisi politica e di valori come non se ne vedevano da decenni. Ma, dati alla mano, l’Isis ha colpito molto di più quello che noi occidentali consideriamo il suo mondo piuttosto che il nostro. Degli oltre 80 attentati attribuiti allo Stato Islamico, poco più di 20 hanno colpito l’Occidente. Il resto degli attacchi ha avuto come obiettivo paesi africani, mediorientali e asiatici, molti a maggioranza islamica, con il risultato che il califfo Al Baghdadi ha le mani sporche principalmente del sangue dei musulmani. Nonostante ciò però, il cittadino medio europeo concepisce in maniera differente e distorta la realtà delle cose, percependo ormai come pericolo l’Islam piuttosto che l’Isis. Questo perché certa stampa, oltre a diffondere in certi casi notizie basate su supposizioni o pregiudizi, ha dato meno risalto in questi anni agli altri morti, quelli non occidentali, classificando le loro tragiche scomparse come minori, di serie B.

I PERCHÈ DI QUESTA SCELTA. È innegabile che nel ristretto spazio cartaceo di un giornale, e in quello ancora più risicato di un telegiornale, le redazioni siano in un certo modo costrette a dare risalto a una notizia piuttosto che a un’altra. Si tende a dare maggiore attenzione a eventi accaduti vicini al mondo fisico e ideale dell’utente finale del prodotto giornalistico. Così si garantirà un più grande risalto agli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016 piuttosto che a quelli di Aden, in Yemen, e di Baghdad, nonostante questi siano avvenuti appena 3 giorni dopo gli attacchi che hanno colpito la capitale belga, in una spirale di violenza che copre migliaia di chilometri tra terra e mare. Questa scelta editoriale non è nemmeno troppo criticabile. Lo è però il modo in cui sono analizzate le persone che, a Dacca come a San Bernardino, perdono la loro vita senza nemmeno sapere perché.

NOMI E NUMERI. È la maniera in cui vengono trattate le vittime che contraddistingue una strage da un’altra. La TV del dolore, che spadroneggia da qualche anno a questa parte, ha contribuito ad acuire questa differenza, cosicché lo spettatore e il lettore medio europeo avrà sempre davanti agli occhi i volti delle ragazzine saltate in aria al concerto di Ariana Grande a Manchester, conoscerà per filo e per segno le loro vite e le loro passioni, al limite della morbosità, mentre allo stesso tempo non saprà nulla degli uomini e delle donne morti nello stesso modo a causa di un’autobomba esplosa in un mercato a Kabul. Sta qui la differenza principale tra i morti di serie A e di serie B: i primi sono nomi e dunque persone; i secondi sono freddi numeri, quindi non sono nessuno. Il proprio nome è quanto di più importante e caro una persona possieda nella sua vita. E del resto i nazisti, quando rastrellavano e deportavano gli ebrei, li spogliavano, più che degli averi materiali, della loro identità, assegnando loro un numero. E senza scadere in ipotesi apocalittiche, questo modo di fare informazione sta causando, in Europa e in tutto l’Occidente, la crescita continua e apparentemente inesorabile dell’intolleranza verso il diverso.

UN MODO DI RISOLVERE IL PROBLEMA. I morti sono morti, per di più se sono civili innocenti, e non conta la loro razza o il loro credo religioso. Per superare la loro distinzione bisogna prima che si sconfigga il giornalismo fazioso e del dolore. È necessario dunque trattare le vittime tutte allo stesso modo, che non è però quello delle storie strappalacrime con un sottofondo di musica drammatica, ma quello della cronaca rigorosa e imparziale, lasciando i parenti delle vittime a piangere sui corpi dei loro cari. Inoltre il ruolo dei giornalisti, in un’epoca in cui l’informazione pervade totalmente la vita di tutti giorni, è oggi come non mai di vitale importanza per mantenere vivo l’amore per la verità, garantendo un punto di vista scevro da qualsiasi considerazione personale, soprattutto alla luce della presenza di personaggi politici di dubbia morale che sfruttano la paura della gente per raccattare voti qua e là. Il giornalismo non può diffondere paura perché è conoscenza, e dalla conoscenza non può derivare la paura. La paura genera solo ignoranza, perché si teme ciò che non si conosce. E nei giorni difficili e carichi di tensione che ci troviamo ad affrontare come cittadini del mondo complesso di oggi, solo la verità e la conoscenza possono darci anche solo la possibilità di risvegliarci dal nostro medioevo 2.0.

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