Gli scontri, il sangue, le proteste. Genova è sotto assedio. Quello che è successo dopo giorni, settimane, mesi di verifiche per garantire la sicurezza al G8 è ancora oggi un mistero. Sono passati vent’anni dal G8 di Genova, che tra il 19 e il 22 luglio 2001 ospitò gli incontri dei leader delle principali potenze economiche mondiali, le grandi manifestazioni dei movimenti no global, contrari al modello di sviluppo economico dietro alla globalizzazione, e soprattutto alcuni degli episodi più violenti e importanti della storia italiana recente, quelli di piazza Alimonda, della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto.
Il G8 a Genova è una di quella date della nostra storia destinate a non beneficiare dell’oblio perché quei giorni e quei fatti sono stati lo spartiacque di qualcosa, segnano un prima e un dopo. Come le bombe di mafia del biennio 92-93, le bombe di piazza Fontana (1969) e della stazione di Bologna (agosto 1980). Fatti con cui continueremo a fare i conti perché i conti continuano a restare in sospeso. Mancano ancora pezzi di verità, vent’anni dopo e probabilmente per sempre. Amnesty International sostenne in seguito che quella che ebbe luogo a Genova in quei giorni fu la «più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale».
Il Summit di Genova del 2001 fu il punto d’arrivo e l’inizio della fine del movimento no global, chiamato così perché si batteva contro la globalizzazione, e a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo assunse una dimensione mondiale, mai più raggiunta da nessun’altra organizzazione non governativa. Era così grande che non aveva una sola anima. Ne aveva molte, forse troppe.
In Italia il movimento no global diede vita al Genoa Social Forum, che si costituì proprio per preparare la piattaforma di rivendicazioni e richieste in vista del G8 del 2001. Fu formato da 1.184 gruppi e movimenti: tantissimi e molto diversi tra loro, con agende, rivendicazioni e principi per molti versi anche contrastanti. Aderirono partiti come Rifondazione comunista e i Verdi, movimenti cristiani come Pax Christi e la Federazione delle Chiese evangeliche, sindacati come la Fiom e i Cobas. E poi la rete Lilliput, insieme di ong che operano nei Paesi poveri, la Banca popolare etica, centri sociali come il Leoncavallo di Milano e l’Officina 99 di Napoli, movimenti femministi, Attac, l’associazione per la tassazione delle rendite finanziarie, WWF e Legambiente. Lo slogan valido per tutti era che «un altro mondo è possibile».
Nell’anno precedente il G8 di Genova, divenne chiaro che il movimento era diventato veicolo anche di soggetti indesiderati, il cosiddetto Blocco nero (i Black bloc), termine che in origine indica una tattica di protesta violenta. Ci furono scontri violenti a Davos durante il Forum economico mondiale, a Göteborg per il summit dell’Unione europea, e nel marzo del 2001 a Napoli, in quella che fu una prova generale di Genova anche in termini di repressione delle manifestazioni di piazza. Prima dei giorni del G8 i servizi di intelligence italiani fornirono al governo e ai vertici delle Forze dell’Ordine relazioni dettagliate su che cosa sarebbe potuto succedere. Era stato previsto l’arrivo di circa 2.000 stranieri e di 500 italiani da “attenzionare”, secondo un termine utilizzato dalle forze dell’ordine. I più pericolosi sarebbero stati quelli del Blocco nero, soprattutto persone del movimento anarchico considerate estremiste e violente, provenienti da Germania, Spagna, Inghilterra e Grecia (ma i greci non arrivarono, bloccati direttamente al porto di Ancona).
Il 20 luglio cortei di protesta non violenti partono in diverse zone della città. Nel primo pomeriggio iniziano gli scontri con la polizia, provocati dall’infiltrazione di Black bloc tra i manifestanti. Furono lanciati sassi, un manifestante con un asse di legno colpì l’interno della camionetta, un altro colpì il mezzo con un estintore. L’estintore venne poi raccolto da terra da un altro ragazzo che lo issò sopra la testa per lanciarlo verso gli agenti sulla camionetta. A quel punto il carabiniere Mario Placanica estrasse la pistola e sparò due colpi: una famosa foto catturò proprio quegli istanti, mostrando Giuliani con l’estintore sopra la testa e la mano di Placanica che impugnava la pistola, mirando ad altezza d’uomo. Il primo colpì allo zigomo sinistro il giovane che aveva l’estintore, il secondo si conficcò nel muro della chiesa in fondo alla piazza. A quel punto il Defender riuscì a muoversi passando due volte sopra il ragazzo a terra. Carlo non era un no Global, ne sapeva poco di quella storia. Ma ne diventerà un simbolo. Il peggio è accaduto, il peggio deve ancora accadere. Indagato per omicidio, Placanica – al termine di lunghe vicende giudiziarie – è stato prosciolto sia dalla giustizia italiana sia da quella europea, avendo agito per legittima difesa.
Nonostante la morte del ragazzo, il G8 prosegue e viene portato a termine tra ulteriori disordini. La scuola Diaz è il luogo dove dormivano alcuni Black bloc, che intanto hanno lasciato la città. All’interno ci sono un centinaio di no Global che stanno trascorrendo la loro ultima notte a Genova. L’irruzione del reparto mobile di Roma guidato da Vincenzo Canterini verrà ricordata con la definizione data al processo da uno dei suoi uomini, «una macelleria messicana» (frase usata Ferruccio Parri davanti ai cadaveri di Benito Mussolini e degli altri gerarchi che furono appesi in piazzale Loreto nel 1945). Sangue sui muri, teste spaccate, violenze di ogni genere su persone inermi. Una spedizione punitiva, una vendetta. Alla fine dalla Diaz uscirono 82 feriti con teste, gambe e braccia rotte. Tre persone erano ferite gravemente, una era in coma. Appare chiaro che è successo qualcosa di enorme. Il tentativo maldestro di giustificare quell’intervento fabbricando prove false, una bomba molotov portata all’interno della scuola da uno degli uomini di Canterini, sarà oggetto di una lunga vicenda processuale che si concluderà solo dieci anni dopo, con la condanna dell’intera catena gerarchica della Polizia per falso, mentre le accuse di lesioni sono andate prescritte.
Per le violenze della Diaz e per le sevizie accadute nella caserma di Bolzaneto, dove venivano portati i manifestanti arrestati, umiliazioni, abusi sessuali sulle donne, sfregio su persone private della loro libertà, pagheranno in pochi. Perché a quell’epoca non esiste nel nostro Codice penale il reato di tortura, l’unico adatto a definire quel che è accaduto.
Sono passati vent’anni, e non è vero che non sappiamo nulla. L’eredità di quei giorni sta nella legge che introduce il reato di tortura, approvata sedici anni dopo, nel luglio del 2017. La giustizia dei tribunali, con i suoi tempi, è arrivata a delineare un quadro preciso, ancorché asimmetrico: nessun ufficiale dei Carabinieri ha mai pagato per quella decisione scellerata che diede il via alle violenze. Ma dobbiamo continuare a raccontare questa triste pagina di storia. Perché fu una pagina ignobile della democrazia, che allontanò dalla partecipazione una intera generazione. E perché ricordare è l’unico modo possibile per dire che non deve accadere mai più.





