Non è un problema solo della Polonia, dove lo scorso gennaio è entrata in vigore la contestatissima norma che vieta l’aborto anche in caso di malformazione del feto e che in pratica sancisce il divieto quasi totale di abortire, così come non è un problema solo di alcuni stati americani fortemente conservatori come Arizona, Alabama, Georgia, Texas. In particolare la scorsa settimana la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto la richiesta di bloccare l’entrata in vigore della nuova ed estremamente restrittiva legge contro l’aborto in Texas, che vieta l’interruzione volontaria di gravidanza dopo sei settimane di gestazione, nella maggior parte dei casi compresi stupri e incesti.
Non è, infine, solo un problema dei paesi in cui si discute dell’applicazione dello “heartbeat ban”, “divieto del battito cardiaco”, che vieta di praticare un aborto dopo il rilevamento del primo battito cardiaco del feto. Questo può avvenire anche alla sesta settimana di gravidanza, addirittura prima che una donna sappia di essere incinta. Il problema dell’impossibilità di avere il diritto di scelta riguarda anche l’Italia, che in teoria garantisce con la Legge 194 del codice penale, l’interruzione volontaria di gravidanza, ma che nella pratica ha una massiccia e pervasiva presenza di medici obiettori di coscienza.
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Basta guardare i dati dell’ultima Relazione del ministro della Salute sull’attuazione della legge 194/1978, aggiornata al 2018, per rendersene conto: il 69% dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza, cioè si rifiuta di praticare le interruzioni volontarie di gravidanza. In cinque regioni e nella provincia autonoma di Bolzano la percentuale arriva o supera l’80%. Sono inoltre obiettori anche il 46,3% degli anestesisti e il 42,2% del personale sanitario non medico.
Queste percentuali sono la ragione per cui nel 35,1% delle strutture con un reparto di ginecologia o ostetricia non è possibile accedere all’interruzione volontaria di gravidanza. Succede nonostante la legge 194 del 1978, quella che afferma il diritto all’aborto, vieti «l’obiezione di struttura», cioè stabilisca che il numero di medici obiettori di un ospedale non deve impedire che vi si pratichino interventi di interruzione volontaria di gravidanza. Ma è sempre la legge 194 a prevedere la possibilità di non operare per i medici che sollevino obiezioni di coscienza.
Il primato spetta tristemente al Molise, con la quasi la totalità dei ginecologi che si appella all’articolo 9 della legge 194, introdotta nel nostro Paese nel 1978. Qui c’è un’unica struttura dove poter abortire e fino a qualche settimana fa un solo medico non obiettore, Michele Mariano, che lo scorso maggio sarebbe dovuto andare in pensione. L’avviso pubblicato lo scorso aprile dall’azienda sanitaria regionale per assumere un medico non obiettore è andato a vuoto. L’unico modo per garantire l’interruzione volontaria di gravidanza in Molise è stato dunque quello di ritardare il pensionamento di Mariani e di affiancarlo con un’altra ginecologa non obiettrice, per il momento. Il tasso di obiettori di coscienza in Molise è pari al 92,3% tra i ginecologi, al 75% tra gli anestesisti e al 90,9% tra il personale non medico.
Segue la Sicilia, dove l’allarme obiettori è diventato un’urgenza. I report del ministero della Salute e degli osservatori indipendenti concordano nel registrare un tasso di obiezione di coscienza dell’82,7%, che in alcune province è pari al 100%, come per esempio a Marsala.
Nel 2021, in Italia, c’è ancora bisogno di chiedere allo Stato di «garantire concretamente il libero accesso all’aborto»? La risposta si può trovare nelle frasi che ricorrono nei manifesti della campagna «Libera di abortire», promossa da Radicali Italiani. «Il 70% dei ginecologi è obiettore di coscienza», si legge su uno. «Mi hanno respinta in tre ospedali», recita un altro. «Per il 16% delle donne straniere l’aborto è ancora clandestino», riporta un terzo. Lo scopo della campagna è quello di pretendere un cambio di passo. Prima di tutto rendendo di nuovo visibile una lotta, quella per il diritto all’aborto, che ciclicamente sembra passare di moda, ma di cui il Paese ha ancora bisogno.
Dopo più di 40 anni dall’approvazione della legge 194 il diritto delle donne di scegliere è ancora sotto attacco ed è arrivato il momento di tornare a lottare.
Firma l’appello di @liberadiabortire al Ministro Speranza su https://t.co/xQNZIDGoE8https://t.co/M03KB9Wshq pic.twitter.com/HpiNzYJ3vX— Emma Bonino (@emmabonino) August 30, 2021
«Oggi, dopo più di 40 anni dall’approvazione della legge 194, il diritto delle donne di scegliere è ancora sotto attacco ed è arrivato il momento di tornare a lottare», twitta Emma Bonino invitando a firmare l’appello di «Libera di abortire». «Io non ho inventato l’aborto» spiega la leader di +Europa in un video pubblicato su Facebook a sostegno della campagna che chiede alle istituzioni italiane di garantire effettivamente questa libertà troppo spesso negata o ostacolata. «L’aborto era lì, clandestino, pericoloso, umiliante. Semmai abbiamo tutti lottato perché questa vergogna di umiliazione non toccasse più alle donne del nostro Paese». Oggi tendiamo a dare per scontata la possibilità di interrompere una gravidanza in modo sicuro e legale, ma la verità è che si tratta di una libertà che va preservata perché di fatto continua a perdere terreno. «C’è da fare un reset – dice Bonino -ci sono molti modi per boicottare la legge, come le altissime percentuali di medici obiettori e la mancanza di un correttivo che garantisca ugualmente questa libertà. Dobbiamo difendere la 194, migliorarla, renderla adeguata ai tempi e alla società che viviamo. Dev’essere un impegno perché se non facciamo niente rischiamo che un bel giorno ci svegliamo e questa possibilità non c’è più».





