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«Il 40% non è morto per il Covid»: studio dell’Iss riapre il dibattito sulla gestione della pandemia

Il caso dei decessi ospedalieri per infezioni da batteri resistenti. La rivelazione del direttore generale Prevenzione del ministero della Salute, Claudio D’Amario

Redazione di Redazione
Dicembre 27, 2022
in Italia
Tempo di lettura: 3 mins read
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«Il 40% non è morto per il Covid»: studio dell’Iss riapre dibattito sulla gestione della pandemia

Un alto tasso di persone che hanno contratto il Covid potrebbe essere deceduto a causa dell’ospedalizzazione. In questi casi, il decorso della malattia sarebbe stato influenzato dalla contrazione di infezioni batteriche ad alto tasso di antibiotico resistenza nelle strutture ospedaliere. È quanto rivelato dal programma televisivo Report, che dichiara di aver ricevuto dall’Istituto Superiore della Sanità uno studio che dimostra come il 19% dei pazienti Covid ricoverati avesse anche infezioni batteriche e come, su un campione di 157 pazienti deceduti tra il 2020 e il 2021, l’87,9% avesse contratto le infezioni in ospedale, con batteri che raggiungevano punte di resistenza agli antibiotici del 95,5%, rendendo di fatto le infezioni incurabili.

In particolare, si tratta della piaga delle infezioni nosocomiali che ogni anno, prima della pandemia, uccidevano circa 50 mila persone, a prescindere dai motivi per cui si era reso necessario il ricovero. Tanto che Walter Ricciardi, all’epoca direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute, nel 2018 lanciò un preoccupato allarme citando una serie di dati agghiaccianti: dal 2003 al 2016 i decessi ospedalieri per superinfenzioni da batteri resistenti sono passati da 18.668 a 49.301. In tal senso l’Italia registra il 30% di tutte le morti per sepsi batterica nei 28 Paesi dell’Unione europea (comprendendo quindi anche il Regno Unito).

Interpellato su questo punto, Claudio D’Amario, direttore generale Prevenzione del ministero della Salute 2018/2020, ha fatto una rilevazione illuminante: «Molti di questi pazienti sono morti per la sepsi, non per il Covid», specificando come a cadere vittime di questi germi «che purtroppo girano negli ospedali» fossero anche i pazienti intubati. Durante la degenza il 70,7% del campione era stato ricoverato in terapia intensiva, il reparto con la maggior percentuale di infezioni batteriche rilevate (ad esempio l’88,7% di LRTI).

In Italia, nel bel mezzo della pandemia, non si facevano autopsie sui morti “per Covid”. Che venivano, di conseguenza, classificati come tali nonostante non ci fosse alcuna certezza in merito. Se andassimo a fare una revisione, il 40% dei decessi non avrebbe nulla a che vedere con il Covid», ha aggiunto D’Amario, facendo riferimento a un “problema metodologico” sulle autopsie. Un problema che avrebbe costretto l’Iss a rivedere tutte le cartelle.

Partendo dall’età risulta che la media tra i 157 pazienti deceduti fosse di 71 anni, 9 in meno rispetto a quella dei pazienti deceduti e positivi al Covid in Italia, secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità dall’inizio della sorveglianza fino a gennaio 2022. Del campione totale, 32 pazienti (20,4%) avevano malattie respiratorie regresse, 42 (26,8%) soffrivano di diabete, 19 (12,1%) di neoplasia e 26 (16,6%) di collasso renale. Resterebbero così 38 soggetti privi di patologie concomitanti, il 25% del totale. Un dato non trascurabile, che potrebbe anche essere maggiore dal momento in cui le informazioni disponibili non permettono di affermare se uno di questi pazienti avesse più patologie regresse. Va ricordato, infatti, che ben il 67,8% dei soggetti deceduti e positivi al Covid tra l’inizio della pandemia e gennaio 2022 presentava tre o più patologie concomitanti.

D’altro canto, dal momento che dall’arrivo del coronavirus gli stessi decessi per infezioni nosocomiali sono miracolosamente scomparsi, ma in realtà, secondo quanto sostenuto da D’Amario, essi sarebbero addirittura cresciuti di altre decine di migliaia di unità, forse è per questo che l’Italia ha registrato un numero abnorme di morti Covid e continua a registrare un eccesso di mortalità generale che non si riscontra nel resto d’Europa.

Sta di fatto che nulla finora è stato fatto per almeno attenuare la piaga delle citate infezioni batteriche contratte negli ospedali. Si continua invece a perseverare con l’uso obbligatorio della mascherina per un virus che oramai è sceso ad un tasso di letalità assai più basso di quello legato all’influenza stagionale. E così, mentre migliaia di sfortunati muoiono ogni mese per infezioni da contatto, il ministro Schillaci ha già annunciato che prolungherà tale obbligo, relativamente a luoghi di cura ed Rsa.

Tags: Claudio D'AmarioCovid-19Infezioni nosocomialiIssSepsi
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PICKLINE è una testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n. 89 del 22/05/2018
Fondatore e Direttore Editoriale: Maurizio Andreanò
Direttore Responsabile: Giusy Bottari
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Alcune delle immagini pubblicate su questo sito sono state reperite da Internet e sono quindi ritenute di pubblico dominio. Se l'autore di una qualsiasi immagine ritenesse che la sua presenza sul nostro sito leda i propri diritti, è invitato a contattarci all'indirizzo email redazione@pickline.it. Dopo la ricezione della comunicazione e la verifica della richiesta, provvederemo prontamente alla rimozione delle immagini in questione.

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