Leggo le Parole di Antonia Pozzi. Mi immergo nel suo mondo di luce tenue, che esita fra i pioppi, sempre morente, pronta a spegnersi, a smorzarsi e a mostrare l’ombra in agguato, che ‘trema di freddo e attesa dietro di noi’, o nei suoi cieli plumbei in cui passano a una a una le rondini sulle ‘ali nere’ e lunghe e mostrano ‘tegoli lontani’. Via via che sfoglio le pagine affiorano i paesaggi della Lombardia, il giardino della casa della poetessa, in cui i bambini a grappolo attendono il suo ritorno, un mondo di affetti e inquietudini che alimentano fin dagli esordi la vita di Antonia, che a poco a poco esplora la sua interiorità ma si interroga anche sul suo domani, su quale sarà il suo futuro, e le sembra di vedere una larga strada che sale da ‘una città sconosciuta’ fino agli alberi di un ‘antico giardino’.
Percepisco le sue fragilità e paure, il grido della sua anima ma anche la sua volontà di farsi coraggio, di camminare ‘senza piangere più’. ‘Ombre di cancelli’, ‘Fili neri di pioppi’, il rosso del cielo sul bianco della neve, la volontà di andare avanti, ma anche il senso della stanchezza morale (p. 67), la consapevolezza di sentirsi quasi prigioniera delle parole, il dolore, il presagio di altro rendono via via sempre più fitta la tavolozza emotiva della poetessa, che volgendo lo sguardo verso l’esterno non fa altro che indagare per riflesso la tenebra che ha dentro, e l’inesauribile ricerca di una terra promessa di felicità.
Le parole, le sue parole come vetri rispecchiano il suo cielo (p. 127), la sua interiorità, ne trascrivono i moti, il percorso, il suo abbandonarsi all’altro, dargli sé stessa (p. 191), le sue ‘notti insonni, i ‘ sorsi di cielo e stelle’, ‘la brezza dei mari percorsi’. Dai Nuovi quaderni (1934-38) alle Poesie inedite la voce di Antonia si fa sempre più essenziale, struggente, il verso assume i toni di un’epistola in cui si racconta all’altro, mette a nudo la sua anima, la sua fede in lui. È in quel lui che vede la possibilità che i gerani e la zagara selvaggia fioriscano sul fondo ‘di cave di pietra’ (pp. 195-6). Senza quel lui la sua vita finirebbe (Ricongiungimento, pp. 364-5), perché per lei la terra è la zolla che calpesta lui, e tutto ‘il resto è aria’. Anche in quest’ultima parte la natura con i suoi cieli limpidi, con le sue nuvole che si allontanano, con immagini lontane dell’infanzia e del mare (Infanzia, pp. 370-1) è molto presente, accanto a notazioni molto più drammatiche (Amor fati, p. 375) che ne annunciano l’imminente morte che sarebbe avvenuta nel 1938. Mi piace chiudere questo mio breve excursus con i versi di Maggio, che nessun commento potrebbe eguagliare:
Sul monte
un convento di foglie
salva il riso d’azzurri fiori –
E tu fermati pallido sole,
questa tempia
che affonda nel muschio
configgi alla terra,
dà al peso
eternità primaverile.





