Oggi leggo La lucina di Antonio Moresco. C’è qualcosa in questo piccolo grande libro che mi attrae. Un’energia difficile da spiegare. La prosa è accattivante, il ritmo è ben scandito, la narrazione è ben dosata, la materia narrativa è sapientemente distribuita. Non ci sono in questo ‘romanzo’ omicidi o scene da poliziesco, né colpi di scena; eppure, nulla è prevedibile, ogni pagina è avvolta da mistero, da un mondo, quello naturale, che si svela nella sua sublime e terribile bellezza.
Moresco non insegue il lettore, non fa prima di mettersi a scrivere indagini di mercato per costruire una storia che risponda a determinati gusti. Al contrario scrive perché una voce glielo impone – come fanno in fondo i veri e grandi scrittori, e in questo libro – che confessa di aver composto in pochissimo tempo – tutto nasce dal bisogno di raccontare l’incontro con una lucina. Già la scelta di questo diminutivo la dice lunga, in quanto evoca qualcosa di sorgivo, materiale e spirituale, che è nell’uomo, e che improvvisamente si risveglia. La lucina intravista una notte non dissolve le ombre, anzi al contrario per la prima volta le rivela. Esse possono essere quelle del bosco, inaccessibile e solitario, dove il protagonista si è ritirato per sfuggire agli uomini ma anche quelle della sua anima, del suo rapporto con i suoi simili, del male esistenziale che lo logora. La lucina – che compare solo nel fitto buio delle tenebre – è un richiamo che nasce più dall’interiorità del protagonista che dall’esterno: gli rivela a poco a poco il cupo desiderio di annientamento che lo abita. Desiderio che non è comune solo a lui ma alla specie stessa umana, di cui in alcune pagine che ricordano Leopardi il protagonista narratore preannuncia la futura estinzione.
Il protagonista di questa storia quanto più si avvicina alla lucina, quanto più interagisce con lei, più per riflesso la zona d’ombra che è in lui si ispessisce come l’oscurità che scende sul mondo al finire del giorno. C’è una sorta di fato e di volontà indefinibile che lo attira verso la lucina. Lì incontra un bambino. Non è vivo ma morto. L’uomo comincia così un dialogo con i morti, con una zona di non essere che non abita più il mondo ma è fra i vivi. È come l’ombra del sottobosco che divora le piante, in un intrico di ombra e luce indistinguibile. È un dolore che nasce dal male, dal quale sembra impossibile liberarsi se non con una rinuncia volontaria al proprio sé e al proprio esistere.
La lucina di Antonio Moresco – come ammette lo stesso autore – è una storia drammatica, soprattutto per la conclusione, che può essere letta in tanti modi. Eppure, nella sua tragicità accende – non si sa come e perché – una piccola fiamma di speranza. Lo hanno intuito i lettori francesi di questo piccolo, grande libro che hanno accolto con entusiasmo e fervore. Molto più che in Italia, che come sempre fa fatica a riconoscere i suoi più autentici scrittori.





