Stasera sono a Scandicci, al Castello dell’Acciaiolo. Per la nuova edizione di Nutida. Partecipo allo spettacolo Bodies on Glass di Diego Tortelli con Andrea Rebaudengo che esegue dal vivo dei brani di Philip Glass. Da qui probabilmente deriva anche il nome dello spettacolo, cioè dal fecondo incontro fra un coreografo e un pianista, fra musica e danza.
È il momento del tramonto. Le mani di Andrea Rebaudengo scivolano sul piano. Mi lascio trasportare dalle sue note. Sono lievi, dosate. Poi più veloci si distendono in un adagio. Entrano in scena due giovani, vivono nella musica. Sono in un certo senso la materializzazione della musica stessa. I loro corpi si muovono nell’aria, su una superficie di vetro. Danzano in una sintonia perfetta. Le loro mani a tratti si sfiorano, cercano fra drammi e vicissitudini una connessione oltre il tempo. Sono lì con la loro storia, con i segni lasciati sui loro volti dalla vita, e si incontrano fra distanze, fughe, partenze e anche ritorni, in un andare lento, profondo, in un intreccio di materia e anima. La prossimità con l’altro è un equilibrio precario – sembra che ci dicano- è fatta di perdite e ritrovamenti, ma è anche ricerca di una relazione più autentica con il cosmo. A volte anche di improvvisazioni, di scelte non meditate.
Segue una pausa. La musica tace. Silenzio. Si sente la tensione dei corpi, il loro spasimo. Poi una nota, un’altra ancora, poi tante altre che si alternano in un crescendo, con più intensità, con un timbro che penetra a fondo nelle cose e nell’essere. Scende nell’anima, nelle pieghe della carne dei due ballerini, nella loro essenza vera. La svela, la porta alla luce. Racconta anche ciò che è indicibile, fino a un momento epifanico: uno dei due giovani è immobile, l’altro invece esegue un lentissimo movimento. Entrambi sembrano tormentati dallo strazio di altro, da storie impossibili da raccontante completamente. Dal non detto.
Le note si fanno improvvisamente più veloci. Corpi e musica sono un tutt’uno, in una successione infinita, in un fluire senza tempo. Le note mi riportano ai corpi, i corpi alle note. I suoni sono volti contratti, mani che disegnano universi, geografie di mondi, espressioni appena accennate, emozioni, spezzature, impossibili voli, ma anche una ostinata volontà di andare oltre le apparenze, di dare un senso al tutto, e di trovare delle riserve di luce nella vita di ogni giorno, nella difficile quotidianità.
Per un istante si alza una brezza di vento. È lieve in accordo con la musica, e avvolge gli alberi, la scena, il pianoforte, i due giovani che si ritrovano alla fine del giorno, dopo la calura, nel cono d’ombra che oscura la luce, e prelude alla sera.
Segue un’altra pausa. Più lunga. Poi la musica riprende come in un affondo. Sembra di intravedere i sentieri dell’interiorità via via che i passi dei ballerini si fanno delicati, a momenti teneri, poi lieti per il loro essere nel mistero della vita. È una danza-musica incessante, in una tensione che si scioglie nell’atto stesso di esistere, di vivere ancora. È pienezza della vita nel corpo, dove il corpo è musica, e la musica è corpo, in un moto continuo, fatto di improvvisazioni, di gioie e drammi che si alternano, fino all’abbraccio finale. Al silenzio. Prima della vita e della morte. Prima di tutto.





