La dimensione che sente più propria Maiorana è quella del sogno, o meglio di una scrittura che, pur attingendo a una base di realtà, è simbolica. Penso che la sua scrittura sia molto in sintonia con la sua pittura, e che siano strettamente collegate fra loro. Nel Il deserto però, il suo ultimo libro, c’è qualcosa di diverso. Nonostante la bellezza dei paesaggi siamo in presenza di una prosa lacerante, dolente, e soprattutto intrisa, anche se l’autore cerca di reagire con un messaggio di speranza, di una amarezza profonda. Il tema principale è quello della guerra, o meglio di una guerra nucleare. Siamo in una vicenda che si consuma dopo l’apocalisse.
L’Occidente è un cimitero di morti, e dei giovani fuggono con i drammi delle loro storie personali in Marocco, e sono diretti verso l’Africa. Vogliono sfuggire alle radiazioni, ma anche a un mondo che si è autodistrutto, sopraffatto dal suo desiderio di morte. L’archetipo del male, della guerra, della morte, per usare un termine caro a Maiorana, ha prevalso su quello della vita, e dell’amore, e dell’empatia. C’è un deserto, quindi, che riguarda tutta l’umanità, ma c’è un deserto anche dei singoli personaggi: le loro vite sono lacerate da traumi e violenze di ogni tipo. È una fuga la loro in due dimensioni spazio-tempo diverse: una lineare, in un luogo dove sperano che il male non li raggiunga, e un’altra nella loro coscienza, in un disperato tentativo di attraversamento della loro sofferenza.
Combattono contro il male immenso del deserto. È qualcosa di grandissimo, di immenso, ma in qualche modo è proprio questa la sfida, cioè dal nichilismo e dalla distruzione far nascere una nuova umanità, consapevole che quando nell’uomo si spegne l’empatia e la compassione allora veramente si muore. È nell’empatia la chiave per essere umani, per trovare una relazione diversa con se stessi e con gli altri. È una scommessa continua, una battaglia terribile il cui esito non è mai scontato. Il deserto ci ricorda tutto questo. Non è una storia caratterizzata da colpi di scena narrativi, ma un libro poetico. Lo è anche nel linguaggio, volutamente cangiante, nei versi che precedono e seguono il testo in prosa, ma soprattutto nella sostanza, in quanto la poesia, la bellezza, il racconto, la capacità di immaginare, di ricordare sono il nostro argine al male. Il male abita il cuore di ognuno di noi, e gli orrori perpetrati dal genere umano, hanno un solo antidoto, cioè riscoprire la bellezza.
C’è una perdita di bellezza, e da qui -in questo mi sento in piena sintonia con Maiorana- scaturisce il male. La potenza malefica dell’uomo moderno sembra amplificata dalla sua incapacità di creare, di pensare poeticamente, di immaginare simbolicamente. C’è un sola possibilità allora, ed è quella seguita dai personaggi del libro: mettersi in viaggio verso un altrove, non per tornare a casa, anche perché non c’è nessuno ad Itaca ad aspettarli, ma verso un nuovo luogo. Verso Sud, reinventando il senso di essere umani. L’umanità – mi sembra ci dica Maiorana- ha bisogno di una riserva di senso. La può trovare solo nell’amore per l’altro. È una sfida da vincere a ogni costo, se vogliamo ancora esistere!





