L’invenzione della democrazia è un libro minimale, non in commercio, dono del mio amico libraio di piazza Goldoni a Firenze. Il titolo – credo- non sia casuale. Penso risponda a un bisogno non solo storico, ma di senso in un momento delicato della storia dell’Occidente, in cui la nozione stessa di democrazia è in crisi.
Canfora è uno scrittore dallo stile nitido, asciutto, che va dritto al cuore delle questioni. Lo si intuisce fin dalle prime righe, in cui con lucidità e onestà intellettuale tipica di chi non ama i luoghi comuni riconosce che non tutti attribuiscono alla parola democrazia lo stesso significato. Poi si sofferma sulla democrazia ateniese, e asserisce, citando Pierre Larousse, che ad Atene la democrazia era schiavitù e ozio (p. 4).
Ma chi ha inventato la democrazia? Per prima cosa Canfora chiarisce il significato della parola ‘invenzione’. Questa (p. 5) può essere intesa in senso vichiano come riconoscimento, ovvero ‘discoverta’, cioè, scoperta di qualcosa che c’è, o creazione di qualcosa che non c’è. Successivamente lo studioso si rifà a Erodoto. Lo storico antico racconta che alla morte del re persiano Cambise (secondo la nostra cronologia nel 522 a. C.) dei notabili si riunirono per stabilire quale potesse essere la migliore forma di governo, e uno di loro Otanes ‘propose di introdurre un meccanismo, potremmo dire, democratico nel regno di Persia’ (p.7). L’episodio raccontato da Erodoto consente a Canfora di relativizzare, seguendo la lezione di un altro storico David Asheri, il concetto di invenzione della democrazia e così di poter affermare (p.11), che Erodoto ‘ha voluto dire agli ateniesi che la democrazia, prima di voi greci, l’hanno inventata, anzi l’hanno pensata, i persiani, alcuni persiani’.
Canfora mi colpisce anche per la sua capacità di far dialogare fra loro autori non coevi, e di fare sue anche lezioni fra loro apparentemente in contrasto. Egli arriva a ipotizzare una discussione a distanza fra Erodoto e Amartya Sen. Quest’ultimo sostiene che le radici della democrazia sono globali, e che assumere una prospettiva eurocentrica è sbagliato. È necessario, al contrario, un orizzonte geografico più grande, non basato sulla priorità temporale, in quanto sia in India che in Giappone (VII secolo) era già presente la pratica delle decisioni collettive dopo una discussione. Lo studioso scrive a p. 13:
[…] Le radici sono quindi per Sen multiple, coeve, più o meno coeve, non necessariamente appannaggio di un solo mondo. Tuttavia, retroattivamente uno di questi mondi, essendo diventato dominante, almeno per un tempo non breve, ha voluto attribuire a sé stesso e alla propria remota origine ellenica l’invenzione, la creazione della democrazia. […]
Veniamo, infine, al punto centrale della questione. Il problema della democrazia ad Atene era la questione dell’estensione della cittadinanza. Estenderla significava danneggiare coloro che la detenevano, cioè una piccolissima parte della popolazione. Ai nostri giorni la situazione non è molto diversa. L’Europa è in calo demografico (p.30), ma non vuole i migranti. Perché? Perché non ha alcuna intenzione di concedere il diritto di cittadinanza. Ecco il vero problema della democrazia. Anticamente come oggi.





