Siamo in un tempo di guerra. È inutile negarlo: è evidente. Ogni giorno che passa ci abituiamo all’idea che la guerra sia inevitabile. Nel piccolo come nel grande. Per questo oggi voglio scrivere su Enzo Bianchi. Avverto la necessità di maestri di spiritualità e di pace, che sappiano indicare una strada a partire dal quotidiano, in cui ognuno di noi può sperimentare le proprie fragilità.
Lo stile di Bianchi mi ricorda quello di Seneca. È essenziale, va dritto al dunque. Come il filosofo latino anche lui si rivolge a un interlocutore a cui risponde, per via epistolare. Nella prima lettera-capitolo affronta il problema della tentazione. Il suo amico-discepolo si sente inadeguato nel proprio dialogo ‘a tu per tu con Dio’ (p.5). Vive in una condizione di frustrazione, che prova ogni volta che si scontra con il proprio limite. Lui pensa che sia una cosa che caratterizzi solo lui, ma non è così. Al contrario è un modo di essere dell’uomo fin dai primordi, già dal tempo di Adamo ed Eva. Ma cos’è il rifiuto del limite? Non è altro che la negazione della presenza dell’altro. «Se, infatti, l’altro esiste,» scrive Bianchi «allora non tutto è per me, non tutto può essere determinato secondo la mia brama.» L’amore di sé, la philautía, come lo chiamavano i padri della Chiesa (p.8), spinge l’uomo a porsi al centro dell’universo, a rifiutare ‘la logica del dono e della gratuità’. Lo induce a pensare che tutto gli sia dovuto, che tutto possa essere ‘una sua possibile preda’, e tutto possa essere subordinato ai suoi desideri. L’uomo non si accorge che così facendo toglie spazio vitale all’altro e a sé stesso, in quanto ‘senza l’altro non ci è dato di vivere’ (p.8).
Bianchi sa esprimere concetti profondissimi con estrema semplicità. Ha il dono della chiarezza, e da maestro in cerca lui stesso della verità sa indicare la strada da seguire. Le pagine, però, di questo breve e intenso scritto che mi emozionano di più sono quelle del capitolo Resisti al nemico che è in te. Qui ancora una volta si rivolge al suo amico-discepolo, che confessa la sua difficoltà a vivere nel quotidiano l’esperienza della riconciliazione con l’altro. È questo il punto cardine, a giudizio di Bianchi, della fede di ogni cristiano, che può apparire un’utopia, cioè l’amore per il nemico. Qui l’esperienza pratica – osserva con onestà- insegna che ‘l’appello all’amore per il nemico’ può svanire dinanzi a concrete situazioni di inimicizia (p. 16). Che fare allora? Bisogna rassegnarsi all’esperienza dell’odio? Assolutamente no, perché ‘l’amore non è spontaneo ma richiede disciplina, ascesi, lotta contro l’istinto della collera e contro la tentazione dell’odio’ (p. 17). Ma chi è il nemico? Per il fondatore della Comunità di Bose, il nemico è il ‘più nostro grande maestro’, perché svela i veri sentimenti che abitano il nostro cuore. Anche se non ne siamo consapevoli, ci aiuta, quando ci opponiamo agli altri, ad ‘accedere alla vera conoscenza’ di noi stessi, a mettere alla prova la qualità del nostro amore. «Il vero nemico» ricorda Bianchi al suo interlocutore e a noi, e a chiunque nel piccolo o nel grande fa esperienza dell’inimicizia «è in te e non fuori di te, e la lotta da condurre non è contro l’altro, ma contro l’ingiustizia del tuo cuore, contro l’assolutizzazione del tuo ‘io’ a spese degli altri.»





