Mi domando: se Don Milani fosse vivo dove farebbe scuola? Forse farebbe come Alessandra Sciurba, che scopre Alaa Faraj e la sua storia in carcere. Senza pregiudizi, con umiltà, facendosi piccola – nel senso più alto del termine- trascrive le sue lettere, cambiando pochissimo, e così lo aiuta a raccontare ciò che ha patito, e pagina dopo pagina avviene un miracolo: Faraj non solo impara l’italiano ma diventa scrittore. Certo in Perché ero ragazzo si avvertono le tracce di un faticoso apprendistato, ma anche di come con passione e sacrificio si manifesta la magia della scrittura, e di come una possibilità data a un giovane dotato di talento possa rivelare a lui, e a noi che lo leggiamo un nuovo orizzonte di bellezza.
Alaa Faraj racconta una storia autobiografica. La sua vicenda è frutto di un’esperienza veramente vissuta, drammatica, e assume a tutti gli effetti il valore di una testimonianza. La retorica – nel senso deteriore del termine- mediatica a cui siamo tristemente abituati occulta la tragedia di tanti giovani, che come Faraj sfidano il mare non per invaderci ma per cercare un futuro migliore, una legittima opportunità. E il mare diventa così un locus horridus in cui si consumano tragedie immani, che come nel caso del nostro autore possono condurre a una lunga reclusione, e a una condanna dai più considerata ingiusta e non degna di un paese civile. «Il diritto è tortuoso, ben prima di essere giusto» scrive Alessandra Sciurba nella postfazione, evidenziando i limiti umani insiti in ogni processo, e come non sempre a vincere sia la verità.
Indipendentemente da tutto ciò perché leggere Perché ero ragazzo? In primis perché racconta un mondo vicino a noi, ma che non conosciamo, cioè la Libia, la guerra civile dopo la fine del regime, e le contraddizioni dell’Occidente che dopo aver determinato la caduta di Gheddafi, ha abbandonato il paese alla sua sorte. In fondo se dalla Libia partono barconi, se i trafficanti possono fare il loro mestiere indisturbati, allora nel 2015 come oggi, la colpa è anche di paesi come il nostro, e la storia di Alaa Faraj, che è costretto a salire per inseguire le sue speranze su quella barca, e che ingiustamente viene incarcerato e condannato come scafista, è emblematica di quella di tante altre persone. Perché ero ragazzo ci fa conoscere – narrata purtroppo da un protagonista- la storia di tanti giovani la cui unica colpa è di essere nati in un paese segnato dalla guerra, dalla povertà, e dall’assenza di diritti civili. La drammaticità della sua storia non è però in questo. È nell’attesa delusa che nella terra di arrivo ci sia più giustizia, e che esista la certezza del diritto. Alaa Faraj si rende conto molto presto che la realtà è molto diversa. Ciò nonostante il suo amore per la vita lo aiuta a trovare una via d’uscita dal tunnel. Il viaggio nel senso reale del termine è per lui formativo. Grazie all’incontro con persone che credono nel valore dell’umanità riesce a fare memoria di quanto ha vissuto e patito, e a trasformare ‘l’ingiustizia in voglia di sopravvivenza per la giustizia’ e la ‘speranza in fiducia’.




