Monoclonali sì, monoclonali no. Che funzionino ormai è assodato, eppure i frigoriferi delle farmacie regionali di tutta Italia sono piene di confezioni di anticorpi monoclonali mai utilizzate che si avvicinano pericolosamente alla data di scadenza. Il rischio riguarda oltre 60mila fiale, corrispondenti ad almeno 30mila trattamenti: ai ritmi prescrittivi attuali non si riuscirà a somministrarle per tempo, realizzando così il più odioso tra gli sprechi. Come riporta Il Fatto quotidiano, in sette mesi sono stati curati poco più di 12mila pazienti ad alto rischio, a fronte di 50mila nuovi contagi.
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I monoclonali sono farmaci biologici, e a differenza di quelli di sintesi scadono a 12 mesi dal confezionamento. A marzo 2021 sono arrivate 4mila dosi di Bamlamivimab di Eli Lilly e ne sono state utilizzate 823. I primi lotti scadono già il 31 dicembre, gli altri tra gennaio e febbraio. Nei frigo ci sono poi 44mila confezioni di Casirivimab e Imdevimab (Roche) che, combinate, garantirebbero 22mila trattamenti circa, a fronte dei 6mila fatti finora. La scadenza sarebbe a partire da maggio ma da Aifa fanno sapere che in caso di farmaco già confezionato è procrastinabile di sei mesi. In ogni caso smaltirle tutte, con 400-500 prescrizioni a settimana, sembra impossibile.
Esiste in particolare il caso della Regione Piemonte che da tempo è oggetto di numerose denunce da parte degli addetti ai lavori. Come Giovanni Di Perri, primario infettivologo all’Amedeo di Savoia, che già due mesi fa dichiarava: «Abbiamo i frigoriferi pieni di anticorpi monoclonali». Stando all’ultima rilevazione dell’Aifa, infatti, su 10.064 dosi utilizzate in tutto il Paese in Piemonte ne sono state somministrate solo 420. La percentuale è del 4,17% nettamente inferiore a quelle delle altre regioni del Nord. In particolare se si analizza la percentuale di utilizzo di una regione come il Veneto, con popolazione simile a quella piemontese, si può notare che ha utilizzato 1557 dosi mentre la Liguria, che ha una popolazione che è un terzo di quella del Piemonte, ha utilizzato 557 dosi. Se poi si prende in analisi il numero di prescrizioni giornaliere si può notare che la media nazionale è di 7,23. In testa alla classifica c’è il Veneto con 31,9 prescrizioni, poi la Toscana con 19,23. Il Piemonte è invece ultimo con 1,39.
Uno strano approccio visto che comunque la terapia è stata sperimentata in Italia, a spese del servizio sanitario nazionale, ottenendo degli ottimi risultati. Nonostante si sostanzino di fatto in un’unica flebo e un paio d’ore di permanenza in ospedale, in questi sette mesi si sono cercate varie spiegazioni a numeri tanto modesti: la difficoltà di garantire le infusioni entro 72 ore dal tampone, la carenza di strutture autorizzate (che oggi sono però 202), i medici di base che non collaborano e non inviano i pazienti ai centri di trattamento, criteri di eleggibilità dei pazienti che inizialmente sono troppo restrittivi e che Aifa ha via via allargati per aumentare l’accesso alle cure. Il risultato però è lo stesso: le fiale restano nei frigoriferi, o finiscono all’estero. La Romania, straziata dai contagi, aveva chiesto all’Europa ossigeno, ventilatori e farmaci. A fornire gli anticorpi monoclonali è stata però solo l’Italia che non sa utilizzarli.





