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I tanti volti (della fiction) di Totò Riina

Il capo dei capi è morto, ma la sua rappresentazione resta impressa in molti film e serie tv. Con taglio ironico Sorrentino e Pif nelle pellicole Il Divo e La mafia uccide solo d’estate sono riusciti a non empatizzare con il boss. Sorte diversa toccò alla fiction Mediaset, Il Capo dei Capi, andata in onda nel 2007 su Canale 5

Il capo dei capi è morto. L’ultimo episodio della vita di Totò Riina è andato in scena all’ospedale di Parma. Operato due volte nelle scorse settimane, dopo l’ultimo intervento era entrato in coma. ‘U curtu, nonostante la detenzione al regime del carcere duro da 24 anni, era ancora considerato il vertice assoluto della cupola di Cosa nostra. Per capirne l’attualità occorre segnare il confine tra la realtà, fatta di inchieste giudiziarie, crimini e arresti, e la narrazione che da sempre caratterizza la criminalità organizzata. Ed in questo contesto la figura di Totò Riina, con i suoi 26 ergastoli e le centinaia di morti addebitategli, ha avuto un ruolo da protagonista: il boss corleonese, infatti, ha incarnato più di ogni altro la violenza della mafia macchiando parecchie pagine della storia italiana degli ultimi cinquant’anni.

LA NARRAZIONE CINEMATOGRAFICA. Ma in un Paese assuefatto dalla mafia sul grande e piccolo schermo che immagine viene fuori del boss corleonese? Negli ultimi anni Sorrentino e Pif hanno provato a darne una propria lettura nelle pellicole Il Divo (2008) e La mafia uccide solo d’estate (2013). Sorrentino nel film su “La spettacolare vita di Giulio Andreotti” ha scelto di girare l’abbraccio tra potere e contropotere: il famoso bacio tra Riina e Andreotti racconto del pentito Balduccio Di Maggio. Un ventilatore acceso per mitigare l’aria pesante di un momento topico, l’ingresso del boss e i corpi impietriti dei due protagonisti uno di fronte all’altro. Parte una musica pop e scatta il bacio. Pierfrancesco Diliberto in La mafia uccide solo d’estate nel raccontare la sanguinosa stagione dell’attività criminale di Cosa nostra a Palermo dagli anni Settanta fino agli anni Novanta si serve degli occhi di un bambino. Così il boss corleonese, oltre a un efferato criminale, è un uomo impacciato alle prese con il telecomando dell’aria condizionata, teso quando porta in dono un lingotto d’oro a Ciancimino e si sente dire di essere rimasto troppo di Corleone, ed anche un po’ ignorante quando fa confusione tra la nazione Spagna e la cantante Ivana Spagna in una conversazione con Leoluca Bagarella.

IL CAPO DEI CAPI, MA È SOLO FICTION? Con taglio ironico Sorrentino e Pif sono riusciti a non empatizzare con il boss. Sorte diversa ebbe invece la fiction Mediaset, Il Capo dei Capi, andata in onda nel 2007 su Canale 5. La fiction che racconta l’ascesa e la caduta di Totò Riina, interpretato da Claudio Gioè, ha raccolto molte critiche. Il rischio era di creare un’iconografia alla rovescia su Totò Riina con un effetto emulazione da parte dei giovani spettatori. Secondo l’allora presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori e componente della commissione ministeriale che ha redatto il Codice Tv e minori il messaggio offerto agli adolescenti dalla fiction è stato pedagogicamente distruttivo e non può essere affatto definito d’impegno sociale. «La messa in onda di un film porno in prima serata – aveva detto – avrebbe prodotto sicuramente effetti meno nocivi». Una polemica che ricalca quella scatenata più o meno vent’anni prima dalla messa in onda, sulla Rai, de “La Piovra”. Il male ha avuto una fascinazione sempre maggiore rispetto al bene, soprattutto nella rappresentazione, così si corre il rischio di ribaltarlo creando personaggi che con errori e debolezze umane diventano eroi positivi. Forse l’unica letteratura che parli di mafia dovrebbe essere quella dei verbali di polizia e delle sentenze della magistratura.

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