Cultura

Una tiepida Carmen al Bellini di Catania, tra minimalismo e attualità

Il simbolismo e il minimalismo ancora una volta non sostituisce né costituisce una messa in scena. Senza nulla togliere alle giovani leve, Bizet è ben altro, molto di più

Il 25 novembre, data designata per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/123 del 17 dicembre 1999. E, quasi in concomitanza con una così significativa occasione dedicata alle violenza di genere, è andata in scena al Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” di Catania la celebre vicenda della sigaraia Carmen, vittima incolpevole di un amore malato e contraddittorio con uno dei tanti uomini violenti convinti di poter esercitare una vitae necisque potestas sul gentil sesso che, dai tempi antichi ai giorni nostri, affollano copiosamente le cronache quotidiane. Una storia universale e attualissima che, ancora una volta, denuncia le quasi ineluttabili dinamiche del femminicidio. È toccato, quindi, alla versione del Balletto di Milano, sulle note dell’omonimo dramma in quattro quadri di Georges Bizet, tentare – con esito non particolarmente felice – il dramma della bella seduttrice gitana, ora ribelle e libera, ora incatenata e schiava di un sentimento malsano che poco si addice alle più intime e sincere passioni affettive. Nietzsche assistette a più di venti rappresentazioni con la medesima “reverenza”, ammaliato da come l’opera “integri la natura di un uomo. Malvagia, perversa, raffinata, fantastica, eppure avanza con passo leggero e composto”. Nessuna smorfia né contraddizione, connubio perfetto di felicità e fatalità, metafora della fugacità della vita, coinvolge per tripudio di colori e spettacolarità. L’impareggiabile equilibrio concilia il tutto. “Carmen” ha superato i più rosei pronostici di Čajkovskij, godendo oggi di una longevità e di una popolarità straordinaria, incarnando – se non il gusto – l’atmosfera di un’epoca.

L’ALLESTIMENTO, che ha visto protagonista la giovanissima compagnia di danza, stenta però a coinvolgere e a restituire l’idea di fondo della rilettura e rivisitazione in chiave moderna proposta per l’occasione. L’amatissimo capolavoro del compositore parigino, commissionato dall’Opéra-comique, nella versione in scena, non appassiona e non riesce a discostarsi – come si addice al titolo – dai canoni a volte troppo leziosi dei soggetti facili del balletto per famiglie. Se, da un lato, parzialmente, è possibile constatare l’atmosfera frizzante e vivace di alcuni passaggi, a mancare è un’opportuna restituzione della drammaticità del finale e delle tematiche: contrabbando, illegalità, zingari, ladri, sigaraie, nonché una passione “malata” e morbosa sfociata nel sangue e culminata con un estremo atto dettato dalla gelosia. Una materia cruda ed esplicita, da sempre considerata immorale e dissoluta, essendo priva di un appropriato e conveniente filtro per il pubblico borghese (sebbene i librettisti Meilhac e Halévy avessero già edulcorato la caratterizzazione originale dei personaggi dell’omonima novella del 1845 di P. Mérimée, da cui l’opera è tratta). Sebbene l’opera di Bizet non abbia forse eguali per universalità del messaggio – eternamente attuale – e per le intramontabili melodie, lo stile contemporaneo e la coreografia firmata da Agnese Omodei Salè e Federico Veratti si limita a raccontare di una donna consapevole del proprio fascino fatale ma, allo stesso tempo, risulta poco drammatica e indulgente nel volgere del turbinio della discesa agli inferi. Lo spirito libero della zingara, che legge il proprio fato di morte nelle carte, trova una modesta, per quanto fresca e leggera, interpretazione. La “modernizzazione” – sempre ammesso che possa definirsi tale – del Balletto di Milano pone nuove interpretazioni (la più significativa, in questo triangolo amoroso, l’introduzione della presenza eccentrica e costante del Destino in un susseguirsi di amore, tradimento e morte), ma la mise-en-scène risulta paradossalmente statica e denota la disomogeneità dell’abilità dei danzatori impiegati. Lineare, astratta, essenziale fin troppo. Il risultato è sicuramente ambiguo; si staglia con i grandi spazi vuoti sulla scena che i ballerini, per quanto volenterosi, non riescono a colmare con le loro movenze. Ne consegue una distribuzione delle masse a volte leggermente scolastica.

A RISENTIRNE È SOPRATTUTTO IL PERSONAGGIO di Carmen (Alessia Campidori), creatura ferina, intraprendente e ribelle ma poco seducente e femminile, protagonista passionale e desiderata che non riesce tuttavia – incerta com’è – a ergersi sul resto della compagnia e a sfruttare l’intramontabile alone di fascino di cui il ruolo è intriso. Manca di sensualità ed erotismo. Non basta il concitato agognato desiderio di libertà e la sventagliata indipendenza per restituire l’intensità, la contraddizione e la complessità di un simile personaggio. Non è certo quanto ci si aspetta da un ente lirico come il “Bellini”. Il rapido precipitare degli eventi non facilita le cose alla coerenza e alla fedeltà del personaggio mentre questo si dirige dritto consapevole alla letale sfida al sedotto e abbandonato brigadiere dei Dragoni (Alessandro Orlando). Nel mentre, il Destino (incarnato da un virtuoso Alessandro Torrielli) assume un ruolo sempre più centrale, imponendosi tra simbolismo e analogie. Un destino eletto dalla stessa zingara e frutto delle proprie inclinazioni. Bianco, rosso e nero: ossia amore, passione, morte. Senz’altro unico, interessante, e non troppo originale spunto: prima la spinge forzatamente (tirandola anche per i capelli) al sentimento, poi le presenta un conto troppo amaro. L’habanera è il punto di svolta, non più esibizione di spavalderia e seduzione ma giro di boa prima di abbandonarsi al soldato disertore e brigante, ossessionato dalla smania del possesso. Tra le imprecisioni nei passi del virile toreador Federico Mella (Escamillo) e la levità di una godibile Marta Orsi (Micaela), il saggio è servito in economica salsa siculo-lombarda. Poco spettacolo e molto intrattenimento, confermato dai tiepidi applausi al riaprirsi del sipario. L’ora e mezza di racconto danzato – rapida e quasi indolore – si consuma tra pas de deux e danze d’assieme, sulle note dell’opera di Bizet, delle due Suites ricavate da Ernest Guiraud e dalla seconda Suite da “L’Arlésienne”. Morte, amore e tradimento fanno il resto, in un leitmotiv che incombe costantemente facendo presagire l’exitus finale della zingara. L’ideazione scenica di Marco Pesta è meno che essenziale, costituita quasi esclusivamente dai fondali dipinti dell’osteria di Lillas Pastia e della città di Siviglia. Nell’opera di vera e propria “smaterializzazione”, scompaiono la piazza, il covo dei contrabbandieri e la Plaza de Toros, con le vicende collocate in uno spazio astratto e senza tempo. Altrettanto minimalisti i costumi di Verratti, ben poco caratterizzanti l’ambiente gitano. L’Orchestra del “Bellini”, la cui direzione è stata affidata a Gianmario Cavallaro, è apparsa ora incerta ora tonante, tra tempi serrati e sonorità eccessive. Il simbolismo e il minimalismo ancora una volta non sostituisce né costituisce una messa in scena. Senza nulla togliere alle giovani leve, Bizet è ben altro, molto di più. Dopo l’allestimento al Teatro Antico di Taormina, si tratta della seconda giovanissima “Carmen” nel giro di quattro mesi, ma gli esiti della prima erano stati senz’altro più felici. E i balletti nella stagione del “Bellini” sono, come di consueto, poco attesi e appetibili.

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