Italia

Ius soli, ius culturae, ius sanguinis: cosa cambia con la riforma sulla cittadinanza

La legge, passata alla Camera nell’ottobre del 2015, è stata inserita nel calendario d'aula del Senato ma solo dopo l'approvazione della legge di Bilancio. Riusciranno i nostri senatori ad approvarla entro fine legislatura?

Quando ormai mancano pochi giorni alla fine dei lavori e prima dello scioglimento delle Camere, qualcuno crede ancora che il Senato possa esprimersi sullo Ius soli. I tempi della legge che per qualcuno «non s’ha da fare» sono biblici. Nel mese di ottobre 2015, al termine di un’ampia istruttoria legislativa, la Camera dei deputati ha approvato un testo unificato di proposte di legge in materia di cittadinanza. E da allora, da ben due anni e due mesi, la legge è ferma al Senato. Ma in queste ore sembra comparire una piccola luce in fondo al tunnel: la riforma sulla cittadinanza è stata inserita nel calendario d’aula di Palazzo Madama ma dopo l’approvazione della legge di Bilancio. Il testo prevede l’estensione dei casi di acquisizione della cittadinanza per nascita (ius soli) e l’introduzione di una nuova forma di acquisto della cittadinanza a seguito di un percorso scolastico (ius culturae).

LA LUNGA STORIA DELLO IUS SOLI. La prima proposta di riforma della legge sulla cittadinanza per gli stranieri residenti è stata presentata dalla ministra degli affari sociali Livia Turco nel 1999. In particolare la proposta prevedeva che i figli nati in Italia di cittadini stranieri potessero chiedere la cittadinanza all’età di cinque anni, dopo aver vissuto legalmente e continuativamente nel paese. Ma il tentativo fallì, come ne fallirono altri successivamente. Fino al 2015, quando la riforma passò alla Camera arenandosi al Senato. Ma adesso lo ius soli ha i giorni contati per diventare legge dello stato e meno voti a favore di quelli che servirebbero per avere la certezza dell’approvazione. Nel settembre scorso c’è stato il dietro front dei centristi della maggioranza per cui non c’erano i tempi per l’approvazione e, nonostante l’intenzione espressa di mettere addirittura la fiducia sul testo, la calendarizzazione dei lavori del Senato lo ha relegato in fondo. Dalla politica non è ancora arrivata la risposta che in tanti, uomini e donne che lavorano in Italia e giovani e bambini che studiano nel nostro Paese, aspettano da parecchi anni.

COME FUNZIONA ADESSO. L’ultima legge sulla cittadinanza, introdotta nel 1992, prevede un’unica modalità di acquisizione: lo ius sanguinis (il diritto di sangue). Un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano. Il testo prevede, inoltre, che un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento ha risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”. Questa legge è da tempo considerata insufficiente, in quanto esclude dalla cittadinanza e dai suoi benefici decine di migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia.

LA RIFORMA. Ius soli, significa diritto del suolo. Se passa la riforma la cittadinanza viene acquisita per nascita da chi è nato sul territorio della Repubblica Italiana da genitori stranieri, di cui almeno uno titolare del diritto di soggiorno permanente o in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Con questi presupposti la cittadinanza si acquista mediante dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età dell’interessato. L’altra strada per ottenere la cittadinanza è quella dello ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico. I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

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