Cultura

Brian Wilson, il Mozart del Rock

«Non ho mai imparato a fare surf perché ho sempre avuto paura di provare» rivela il leader dei Beach Boys. «La mia parte preferita della musica è l'armonia». «Con la musica fuori dal tunnel nero della depressione». L'11 agosto a Taormina la sua unica esibizione italiana nel ricordo dello storico "Pet Sounds" e delle hit dei "ragazzi da spiaggia": «Sarà uno show nuovo, grande e divertente»

Un settantaseienne ragazzo da spiaggia sabato 11 agosto “cavalcherà” le pietre antiche del Teatro greco-romano di Taormina. Eppure l’autore simbolo della surf music californiana dei primi anni Sessanta non ha mai cavalcato le onde del Pacifico: «Non ho mai imparato a surfare perché ho sempre avuto paura di provare. Fu mio fratello Dennis a dirmi che il surf era popolare e allora Mike Love e io abbiamo scritto “Surfin’ Usa”». E, dietro le esuberanti apparenze, c’era più malinconia che gioia nelle canzoni simbolo di quell’epoca scritte da lui, come “Surfer girl” o “Fun fun fun”. Brian Wilson, leader e genio assoluto dei Beach Boys, è l’artista più contraddittorio, controverso, fragile, gigantesco della storia della musica americana, tant’è che per interpretarlo nel film biografico “Love and Mercy”, uscito nel 2015, il regista Bill Pohlad ha dovuto far ricorso a due attori. Paul Dano lo interpreta negli anni Sessanta mentre cerca di muoversi verso suoni e testi più sperimentali prima dell’inizio della psicosi e del crollo della sua creatività. John Cusack si cala nei panni del leader dei “ragazzi da spiaggia” nell’era degli anni Ottanta quando, dopo esaurimenti nervosi e periodi di depressione, Wilson è sotto il controllo del terapeuta Eugene Landy, interpretato da Paul Giamatti.

LOVE AND MERCY: IL FILM. La pellicola, che prende il nome da una canzone inserita nel suo album solista del 1988, descrive gli abusi fisici subiti per mano del padre, la sua esperienza con droghe psichedeliche e le battaglie con i suoi fratelli e compagni di band, che non capivano il suo desiderio di passare dalle canzoni surf a musica più complessa, orchestrata in modo lussureggiante con musicisti di successo. Il film ha avuto un tale successo che Wilson rinviò il suo tour nel Regno Unito per promuovere la pellicola negli Stati Uniti. «L’ho visto tre volte, e l’ho approvato completamente» ha rivelato al quotidiano “Telegraph”. «Ha riportato a galla ricordi. Un sacco di ricordi. Buoni e cattivi. Porta gioia e tristezza allo stesso tempo. È molto accurato, Paul e John mi hanno interpretato molto bene». I suoi primi anni con i Beach Boys sono ben documentati quando, con le loro camicie a fiori, erano la più grande band americana dei primi anni Sessanta e rivaleggiavano con i Beatles, cantando le canzoni di Wilson di estati senza fine, surf safari e divertimento sotto il sole. Brian Wilson si stancò presto dei tour, e i Beach Boys continuarono senza di lui. Preferì restare a lavorare in studio di registrazione per creare nuove sonorità. «Sono sempre stato più felice in studio», ammette. «Le mie scene preferite nel film sono quando sono in studio perché mi riporta meravigliosi ricordi di lavoro con grandi musicisti». Il talento di Brian Wilson era assoluto, indiscutibile, di gran lunga più avanzato di quanto lasciassero intravedere i cliché del mondo surf. Per lui, la canzone perfetta era quasi un’ossessione. Quando ascoltò per la prima volta “Rubber soul” dei Beatles ne comprese tutta la complessità e pensò che rappresentasse una sfida. Nel 1966 pubblicò il seminale “Pet Sounds”, un concept album molto ambizioso per l’epoca: divenne uno dei più importanti e innovativi album pop di sempre, tanto da far guadagnare a Wilson la definizione di “Mozart del rock”. Nello stesso anno, i Beach Boys realizzarono il loro pezzo più avveniristico, ovvero “Good Vibrations”, una complessa mini-suite racchiusa nello spazio temporale di una canzone, una sinfonia “tascabile” delle nuove frequenze.

PET SOUNDS: LA RIVOLUZIONE. Quando i Beatles ascoltarono “Pet Sounds” caddero in depressione: impossibile fare meglio, pensarono. Ma la reazione produsse il capolavoro “Sgt Pepper”. Wilson raccolse il guanto di sfida e cercò di dare un seguito a “Pet Sounds” con “Smile”, ma il progetto – che Wilson definiva «a symphony to God» – venne accantonato a causa della resistenza degli altri Beach Boys, delle difficoltà tecniche e dell’escalation del consumo di stupefacenti e della malattia mentale. Fu la sua seconda moglie, Melinda, a salvarlo dall’influenza di Eugene Landy, iniziando una battaglia legale per strappare la vita del musicista al suo controllo. «Non so cosa sarebbe successo se non avessi incontrato Melinda. Mi ha ridato la vita». “Smile” fu completato quasi 35 anni dopo. Pubblicato nel 2004, riscontrò un grande successo da parte della critica musicale, che lo definì il miglior album dell’anno. Parlando della sua guarigione, Brian Wilson commentò: «Veniva dal mio cuore e da Melinda e dal mio pianoforte e da alcuni dei miei amici che mi hanno aiutato. Ho avuto un sacco di amici che mi hanno detto: “Dai, Brian, puoi passare attraverso questo”. La salvezza non è stata solo la musica, ma anche la mia band, la mia famiglia e le persone che amo. È così che sono stato capace di uscire dal tunnel nero della depressione».

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LO SHOW DI TAORMINA: UN GREATEST HITS. Sempre molto parco di parole, Brian Wilson concede rarissime interviste. Via twitter ci racconta il progetto che da due anni porta in tour per risuonare il suo album più celebre, “Pet Sounds”, e che presenterà a Taormina, unica data italiana del tour europeo. «Mi ricorda le armonie che abbiamo fatto. La mia parte preferita della musica è l’armonia. Mi piace la piena armonia. Ancora oggi ascolto molta musica degli anni ’60 e ’70. Queste due generazioni le trovo molto buone per il divertimento». A 76 anni, Wilson non mostra segni di rallentamento. Nel 2015 ha pubblicato un nuovo album da solista, il suo undicesimo da quando la band si sciolse negli anni ’80. «Non sto pensando alla pensione al momento», scrive. «Mi diverto a fare tour e rendere felici le persone in tutto il mondo». Nel concerto di Taormina sarà affiancato da una superband che comprende il compagno Beach Boy Al Jardine e la collaboratrice di lunga data Blondie Chaplin. Insieme offriranno sicuramente ai fan quello che vogliono, suonando da “Good Vibrations” a “God Only Knows”, “Surfin’ USA”, “I Get Around” e molti altri hit ancora. «Sono sempre elettrizzato nel vedere come, anche più di cinquant’anni dopo, molte delle mie canzoni siano ancora amate in tutto il mondo: la gente le ama ancora, posso vederlo in ogni concerto che faccio. Quando scrivo una canzone, lo faccio dal mio cuore. Lo show di Taormina sarà nuovo, grande e divertente». Quello di Brian Wilson e dei Beach Boys è ancora un suono che fa viaggiare la mente, che spinge a cantare, a entrare in sintonia con le “buone vibrazioni”. Dopo Bob Dylan, Paul Simon, Peter Gabriel, Eddie Vedder e Mark Knopfler, un altro pezzo di storia del rock andrà in scena al Teatro Antico di Taormina. Poi si tornerà ai soliti noti di tutte le estati.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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