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Libia, stato d’emergenza a Tripoli: chi combatte e perché

Da più di una settimana sono ripresi gli scontri tra le milizie: il bilancio è di 47 morti e 129 feriti. L'Onu avvia una mediazione e l’Italia smentisce la preparazione di un intervento militare

Sono riesplosi gli scontri tra diversi gruppi armati e la Libia è ripiombata nel caos. Le violenze sono riprese il 27 agosto, quando una delle più potenti milizie che si contendono il Paese, la cosiddetta Settima Brigata, ha lanciato un’offensiva contro altre milizie rivali a Tripoli. In otto giorni sarebbero 47 i morti e 129 i feriti. Un colpo di mortaio è caduto a un centinaio di metri dall’ambasciata italiana, i diplomatici sono stati evacuati. Quattrocento detenuti sono evasi dal carcere della capitale e il governo di unità nazionale di Fayez al-Sarraj ha dichiarato lo «stato di emergenza». Intanto dal governo Conte arriva la smentita della preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia. «No ad interventi militari inutili» ha detto il vicepremier Matteo Salvini.

COSA STA SUCCEDENDO. Le violenze a Tripoli sono iniziate la scorsa settimana, quando alcune milizie provenienti dal sud della capitale e ostili al governo di accordo nazionale, guidato dal primo ministro Fayez al-Serraj e appoggiato dall’Onu, hanno attaccato alcuni quartieri meridionali della città. L’attacco ha provocato la reazione delle milizie fedeli a Serraj, e l’inizio degli scontri. Il governo ha parlato di «un tentativo di far deragliare la transizione politica pacifica» e ha dichiarato lo stato di emergenza a Tripoli. Per il momento tutti i tentativi di negoziare una tregua tra milizie sono falliti: Fayez al-Serraj e il suo vice Ahmed Maitig hanno chiesto aiuto a una potente milizia di Misurata. Trecento mezzi blindati e pick-up armati appartenenti alla forza antiterrorismo, guidata dal generale Mohammad al Zain, hanno raggiunto la periferia occidentale della capitale. La notizia arriva tramite un tweet dell’emittente Al Ahrar: «La Forza antiterrorismo è di stanza a Tajoura in preparazione della sua missione».

I MOTIVI DEGLI SCONTRI. In Libia ci sono due governi: uno è quello riconosciuto dall’Onu, guidato a Tripoli da Fayez al-Sarraj, appoggiato Turchia e Qatar. L’altro è quello del generale Khalifa Haftar sostenuto dagli Emirati Arabi e dall’Egitto. In più, fin dalla destituzione di Muhammar Gheddafi, avvenuta 7 anni fa, nel resto del Paese imperversano centinaia di milizie armate, che si combattono per ottenere più potere e ricchezza. Le milizie fedeli al governo hanno guadagnato nel tempo più potere e risorse in cambio della difesa dell’esecutivo sostenuto dall’Onu, questo avrebbe scatenato la violenza delle milizie rivali. I due governi si sono incontrati a Parigi sotto la spinta di Emmanuel Macron per concordare vere elezioni nazionali e adottare le «leggi elettorali necessarie» entro il 16 settembre. Una evoluzione positiva potrebbe venire dall’iniziativa dell’Onu a Tripoli. L’Unsmil scrive che «sulla base delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell’offerta del Segretario generale delle Nazioni Unite di mediare tra le varie parti libiche si invita a tenere un dialogo urgente sull’attuale situazione della sicurezza a Tripoli».

LA POSIZIONE DELL’ITALIA. Attraverso una nota il governo italiano «smentisce categoricamente la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia. L’Italia continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l’invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito». Matteo Salvini ha fatto sapere di essere «in contatto diretto con i nostri uomini: militari, diplomatici, addetti dell’Eni, che in Libia vivono rischi portati da un intervento militare senza senso». Il vicepremier ha quindi escluso la possibilità di «interventi militari che non risolvono nulla. E questo dovrebbero capirlo anche altri». «L’Italia – ha aggiunto – deve essere la protagonista della pacificazione in Libia. Le incursioni di altri che hanno altri interessi non devono prevalere sul bene comune che è la pace».

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