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Coronavirus, cos’è l’immunità di gregge e perché potrebbe non funzionare

Non ostacolare la diffusione del contagio in questa fase affinché la maggior parte della popolazione si immunizzi naturalmente e renda il virus sempre meno aggressivo: è la strategia adottata dal Regno Unito che molti, però, giudicano troppo incerta e rischiosa

«Una affermazione assurda e ridicola», afferma Giovanni Rezza. Il direttore del dipartimento di malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità si riferisce a quanto detto dal primo ministro britannico Boris Johnson e dai suoi consulenti medici che puntano all’immunità di gregge per arginare il coronavirus.

L’immunità di gregge si riferisce alla possibilità di immunizzare una quota così alta di una popolazione che basti a evitare la diffusione del contagio anche per la restante parte, eliminando una malattia infettiva o limitando al minimo i rischi che comporta. Se un gran numero di appartenenti a una popolazione è immune alla malattia ci sono meno probabilità che altri individui suscettibili entrino in contatto con il virus, che non trovando quindi nuovi soggetti ricettivi circola meno, riducendo il rischio complessivo per la collettività.

Dell’immunità di gregge si era discusso già negli anni scorsi, per esempio, a proposito del morbillo e del rischio generato per tutti dai contrari alle vaccinazioni, e se ne sta riparlando molto negli ultimi giorni per l’epidemia di coronavirus. A riaccendere la discussione sono stati gli interventi di esponenti del governo britannico e di suoi consulenti scientifici, che l’hanno rivendicata come strategia da adottare in parziale alternativa a quella seguita da Cina e Italia, fatta di misure drastiche di isolamento della popolazione per ridurre il rischio dei nuovi contagi.

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Sir Patrick Vallance, il primo consigliere scientifico del governo, ha spiegato che l’obiettivo è creare un’immunità di gregge attraverso la diffusione del contagio prima del prossimo inverno. Vallance ha avvertito che il Covid-19 è destinato a diventare «molto probabilmente un virus annuale, un’infezione stagionale annuale» e affinché il Paese possa godere dell’immunità di gregge dev’essere contagiato il 60% della popolazione. L’idea è gestire contemporaneamente la diffusione “innocua” del contagio presso la gran parte della popolazione che non dovrebbe correre rischi gravi (da qui la scelta del governo di non chiudere le scuole) e la quarantena e la tutela medica per gli individui a rischio o i malati gravi.

Le obiezioni al progetto britannico sono molte, e molte ne stanno arrivando in queste ore. Una è semplicemente politica e si riferisce alla difficoltà di gestione, anche in termini di comunicazione, di una simile complessa strategia da parte della leadership britannica. Un’altra riguarda il discostarsi di questo approccio da quello seguito dagli altri paesi, e da quelli promossi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: con rischi di mancato coordinamento sulla riuscita di ciascuna delle iniziative nazionali. Un’altra ancora riguarda la sua attuabilità pratica in una situazione così di emergenza.

Diversi ricercatori e virologi, come Roberto Burioni in Italia, ricordano poi che il comportamento del virus è ancora così ignoto che un investimento sull’immunità di gregge attraverso il contagio appare completamente avventato. Molti hanno inoltre segnalato come i rischi maggiori di una gestione non perfetta di questo piano finiscano per correrli gli individui più vulnerabili, per i quali la priorità di protezione rischia di passare in secondo piano.

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