I Pearl Jam in cerca «di un luogo dove Trump non abbia fatto danni»

In anteprima “Gigaton”, l’album che segna il ritorno della leggendaria band di Seattle a sette anni da “Lightning Bolt”. Rock, grunge, ma anche elettronica, funky, sperimentazioni, in un vortice di citazioni. Rinviata la prima parte del tour Usa per l’emergenza Covid-19. Attesi il 5 luglio a Imola

In gennaio misteriosi cartelloni pubblicitari in realtà aumentata con la foto di una cascata di ghiaccio norvegese sono apparsi in dodici città in tutto il mondo. Annunciavano la copertina del nuovo album dei Pearl Jam. Utilizzando un filtro particolare su Instagram o Facebook, i fan potevano vedere il ghiaccio sciogliersi rapidamente mentre uno snippet audio strumentale dell’album veniva riprodotto in background. Era il primo segnale di “Gigaton”, il nuovo album della leggendaria band di Seattle. Che si manifesta nel suo totale pochi giorni dopo con il lancio del primo singolo: “Dance of the Clairvoyants”.

Se nei contenuti Eddie Vedder e soci si mantenevano fedeli alla linea, proseguendo la crociata ambientalista, dal punto di vista musicale il brano sorprendeva non poco. La band sembra infatti esplorare territori sonori più funky e più sperimentali, sulle orme dei Talking Heads di David Byrne. «È il limite estremo di qualcosa che non abbiamo mai provato prima» accorreva a spiegare il chitarrista Stone Gossard, precisando che il singolo «è solo uno dei tanti gusti del disco». Un album che «cattura lo spirito della band».

Poi, a metà febbraio, l’invito a collegarsi a un apposito sito e di puntare il proprio smartphone verso la luna per poter ascoltare in anteprima il secondo singolo: “Superblood Wolfmoon”. L’attacco di batteria e la propulsiva chitarra elettrica riportano i Pearl Jam nell’alveo rock, con un ottimo assolo di chitarra di Mike McCready. Come è rock l’apertura di “Gigaton” con la grintosa “Who Ever Said” (dove Eddie canta: “All the answers will be found in the mistakes we have made”, tutte le risposte saranno trovate negli errori che abbiamo commesso).

Prodotto con lo stesso gruppo di collaboratori di lunga data, tra cui Josh Evans, l’album contiene dodici tracce ed è probabilmente il lavoro più potente e diversificato della band dai tempi di “Yield” del 1998.

Richiami agli U2 trapelano in “Quick Escape”, che si regge su un loop di batteria programmato da Jeff Ament: Eddie Vedder, citando Jack Kerouac, il massimo esponente della beat generation (“Sleep sack, a bivouac and Kerouac sense of time”, canta), parla di un viaggio per andare a vivere su Marte e lasciare il pianeta terra a causa dei danni causati dal presidente Donald Trump e canta: “Crossed the border to Morocco / Kashmir then Marakesh / The lengths we had to go to then / To find a place Trump hadn’t fucked up yet”.

“Alright” è una lenta canzone che si basa sulle tastiere elettroniche nella quale Eddie ripete: “If your heart still beats free, keep it to yourself” (se il tuo cuore batte ancora libero, difendilo).

La seconda parte del lavoro è aperta da “Seven O’Clock”, springsteeniana con echi dei Pink Floyd. Con un inedito falsetto, Eddie Vedder cita Toro Seduto (“there’s Sitting Bull-shit as our sitting president”) e Crazy Horse (Cavallo Pazzo), mitici ribelli pellerossa che si opposero al governo statunitense, per poi chiamare il presidente Sitting Bullshit (Stronzata Seduta). «Fa parte delle prime session del gruppo per questo disco tenute nel 2017, poi è stata cambiata diverse volte nel corso del tempo» ha spiegato il produttore Josh Evans, mentre Eddie si è detto particolarmente orgoglioso del suo testo: il suo misticismo e il suo modo di usare parole, arte e musica rappresentano un messaggio di speranza, ma anche un disperato e tragico grido d’aiuto.

“Never Destination” è un pezzo che segue le tracce di “Yeld” e ricorda da vicino certe sonorità post-punk di fine anni Settanta: Vedder cita Bob Honey, personaggio fittizio ispirato a Trump e presente in una serie di libri satirici scritti nel 2018 dall’attore, regista e amico di Eddie Sean Penn. “Take The Long Way” si basa su un memorabile riff di batteria di Matt Cameron, impreziosito dalla voce di Eddie che ringhia: “I always take the long way/ It leads me back to you”.

“Buckle Up” è scritta da Stone Gossard (ma tutti i componenti del gruppo, eccetto Mike McCready, si sono occupati dei testi delle canzoni presenti in “Gigaton”) ed è uno dei pezzi più strani e rarefatti del nuovo album, ideale introduzione a “Come Then Goes”, una ballata acustica di Vedder che ricorda certe canzoni di Pete Townshend: “We could all use a savior from human behavior”, canta Eddie.



Il disco si conclude con due tracce memorabili
. “Retrograde” è una struggente ballata sullo stile di “Just Breathe” e “Sirens”. La canzone si sviluppa in un formidabile crescendo con Vedder che urla ripetutamente la frase: “Feel the sound”. La chiusura è affidata a “River Cross”, già presentata alcune volte nei concerti solisti del cantante dei Pearl Jam (nel 2019 al Firenze Rocks). Ricorda canzoni dei Genesis di Peter Gabriel come “Carpet Crawlers” nella sua intensità soave (“Voglio che questo sogno duri per sempre / Vorrei che questo momento non finisse mai”, canta Ed). Vedder suona un organo a pompa del 1850, il bassista Jeff Ament una kalimba, mentre Stone Gossard è alla chitarra acustica e McCready all’e-bow. «Ho persino miscelato alcuni sintetizzatori. Non ho mai bevuto così tanta tequila nel pomeriggio quando l’abbiamo registrato», ha scherzato il cantante della band.

“Gigaton” uscirà il 27 marzo ed è il primo album pubblicato dall’Universal Music Group con il suono Dolby Atmos, il nuovo formato audio che consente di ascoltare il suono in una “bolla” di 360 gradi. Due giorni prima, il 25 marzo, in oltre 200 sale di tutto il mondo, dotate della tecnologia audio Dolby Atmos, si svolgerà la “Gigaton Listening experience” che – si legge sul sito web della formazione di Seattle – «sarà uno speciale evento audiovisivo di una sola sera». Evento che in Italia salterà in seguito al provvedimento anti-Coronavirus del governo in vigore fino al 3 aprile. Sempre per l’emergenza Covid-19, è slittata la prima parte del tour americano dei Pearl Jam, attesi il 5 luglio all’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola per un’unica data italiana. Virus permettendo.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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