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Coronavirus, 80 scienziati bocciano l’immunità di gregge naturale: «Non ferma il virus»

In una lettera pubblicata su Lancet gli esperti parlano di «errore pericoloso e immorale». La strategia non blocca la diffusione del coronavirus che tornerebbe a ondate ricorrenti

Il raggiungimento dell’immunità di gregge non ci salverà dalla pandemia. Anzi, puntare su questa strategia è «errore pericoloso, non supportato da alcuna evidenza scientifica». È un verdetto unanime quello contenuto nella lettera aperta redatta da un gruppo internazionale di 80 scienziati. Nel documento “John Snow Memorandum”, pubblicato sulla rivista The Lancet e che sarà presentato al 16esimo World Congress on Public Health Programme 2020, gli studiosi bocciano definitivamente l’approccio all’emergenza Covid-19 che prevede il raggiungimento dell’immunità nella popolazione a basso rischio in modo da proteggere i più vulnerabili. Molto meglio, secondo i ricercatori, le misure restrittive e il lockdown. Almeno finché non avremo vaccini e terapie efficaci.

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Tra i firmatari della lettera ci sono numerosi esperti internazionali con competenze che spaziano dalla sanità pubblica, epidemiologia, medicina, pediatria, sociologia, virologia, malattie infettive, sistemi sanitari, psicologia, psichiatria, politica sanitaria e matematica. «La trasmissione incontrollata nei giovani rischia di portare a una diffusione importante del virus con una mortalità in tutta la popolazione», scrivono gli scienziati. «Oltre al costo umano ciò comporterebbe un impatto disastroso sulla forza lavoro mandando in crisi i sistemi sanitari anche per le cure di routine. Tra l’altro definire chi è vulnerabile è decisamente complesso e in alcune aree le persone a rischio rappresentano il 30% della popolazione. L’isolamento prolungato di ampie fasce di popolazione è praticamente impossibile e altamente immorale».

«L’approccio di raggiungere l’immunità di gregge – scrivono – è fallace e costoso in termini di vite umane ed economici e non arresterebbe comunque il virus, che tornerebbe più volte in nuove ondate ricorrenti». Gli scienziati sottolineano che sono sempre maggiori le evidenze secondo cui l’immunità post-infezione al Sars-CoV-2 dura solo pochissimi mesi dal contagio, poi svanisce e il rischio di reinfezione non è remoto. In tutto il mondo sono stati registrati 23 casi, a volte con esito migliore a volte peggiore rispetto alla prima volta. L’analisi è stata pubblicata proprio pochi giorni fa sempre su Lancet e gli scienziati avevano concluso che: «I casi di reinfezioni ci dicono che non possiamo affidarci all’immunità acquisita tramite l’infezione naturale per ottenere l’immunità di gregge. Questa strategia non solo causerebbe la morte di molte persone, ma neppure funzionerebbe. L’ottenimento dell’immunità di gregge richiede vaccini sicuri ed efficaci e una vaccinazione diffusa della popolazione».

La lettera degli 80 scienziati arriva all’indomani di una petizione online e di un documento denominato “The Great Barrington” a firma di un nutrito gruppo di altri scienziati guidati Jay Bhattacharya, epidemiologo ed esperto di malattie infettive della Stanford University, dove lavora anche il dottor Scott Atlas, consigliere scientifico di Donald Trump. Nel documento viene suggerito di lasciare che il virus faccia il suo corso tra i giovani e le persone in buona salute che difficilmente sviluppano una malattia severa, puntando a proteggere e isolare coloro che sono più vulnerabili. L’obiettivo finale è, appunto, «l’immunità di gregge», che si verifica quando una parte sufficiente di popolazione diventa immune a una malattia, o perché è stata vaccinata o perché ha contratto il virus è guarita e ha sviluppato anticorpi. In questo modo, secondo gli autori, si eviterebbero gli costi sociali e sanitari determinati dal lockdown.

Anche il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha sottolineato che «l’immunità di gregge si raggiunge proteggendo la gente dal virus, non esponendola. Mai nella storia della sanità pubblica è stata usata come strategia per sconfiggere un’epidemia. Tanto meno per una pandemia. È scientificamente ed eticamente problematico».

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