Musica

Torna a tuonare il cannone degli AC/DC

Angus Young: «Così ho rimesso assieme la band». Il funerale di Malcom Young ha rimarginato le ferite e li ha fatti ritrovare insieme. Risolto il problema all’udito di Brian Johnson, il gruppo, che sembrava finito nel settembre 2016, è tornato in pista con l’album “Power Up” ed è pronto a portarlo in giro per il mondo. «Il disco è un tributo a mio fratello»

Era il 20 settembre 2016 quando il cannone degli AC/DC sparò l’ultimo colpo. Quel giorno, al Wells Center di Philadephia, si concludeva il tormentato Rock or Bust Tour. La band aveva intrapreso la nuova avventura live senza il fondatore, il chitarrista ritmico Malcolm Young, alle prese con una battaglia contro la demenza che lo aveva costretto al ritiro due anni prima. Anche il batterista Phil Rudd era stato forzato a saltare l’intero tour dopo essere stato arrestato dalle autorità neozelandesi con l’accusa di istigazione all’omicidio. E, durante il tour, il cantante Brian Johnson aveva sofferto problemi di udito, tanto da essere sostituito negli ultimi 23 concerti da Axl Rose. Insomma, la band era a pezzi.

Alla fine del tour, il saluto tra Angus Young e Cliff Williams, i superstiti della formazione storica, suonò come un addio. «Ciao amico, sono stanco, ho sofferto di terribili vertigini mentre eravamo in viaggio», confessò il bassista. «Ho 66 anni, penso sia arrivato il momento per andare in pensione».

Angus rientrò mestamente in Australia per prendersi una pausa e rimuginare sul da fare. A 61 anni il chitarrista non aveva alcuna intenzione di mettere in armadio la sua uniforme da scolaretto discolo. Cominciò a rovistare fra i ricordi e fra polverosi archivi, riscoprendo numerose canzoni che aveva scritto nel corso degli anni con il fratello Malcom. La maggior parte delle quali proveniva dal periodo di Black Ice del 2008. «Quando li ho esaminati e ascoltati, mi son detto: “Se faccio ancora qualcosa nella mia vita, devo prendere queste tracce e tirarle fuori”», ricorda. Nell’autunno del 2017 il lavoro di recupero viene però interrotto da due lutti familiari: la morte di George Young, fratello maggiore di Angus e Malcolm, produttore di sette dischi degli AC/DC, seguita, appena tre settimane dopo, da quella di Malcom. Un durissimo colpo per Angus.

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La tragedia contribuisce però a riavvicinare i compagni di avventura. Al funerale del fratello, Angus si ritrovò davanti i vecchi amici. Erano venuti tutti per dare l’ultimo saluto a Malcom: Brian Johnson, Cliff Williams e persino Phil Rudd. Fu una sorpresa rivedere libero il batterista. Le accuse più pesanti contro di lui erano state ritirate e la sua condanna era stata ridotta a un periodo di otto mesi di reclusione.

Adesso, per riformare la band, bisognava affrontare la complicata situazione di Johnson. Bisognava prima appianare i contrasti. Il cantante non aveva accolto molto bene la decisione della band di sostituirlo con Axl Rose. Brian correva il rischio di diventare sordo in modo permanente e Cliff e Angus non volevano essere responsabili del fatto che si danneggiasse ulteriormente le orecchie. Piuttosto che annullare il tour, la band optò di affidarsi a una nuova voce, trovando la disponibilità di Axl Rose, frontman dei Guns N’Roses. Decisione che amareggiò Johnson. Che preferì evitare polemiche e annegare la rabbia in una bottiglia di whisky. «Non la presi bene», ammette oggi. «Ma sono cose che accadono in tutte le band». Insomma, nessun rancore.

Restavano poi da risolvere i suoi problemi di udito. Fu Angus a trovargli uno specialista disposto a provare un trattamento sperimentale che usa la struttura ossea del cranio come ricevitore di un apparecchio inserito nell’orecchio. E, miracolosamente, il misterioso dispositivo ha permesso a Johnson di cantare di nuovo.

Una volta che Rudd e Johnson erano tornati all’ovile, non c’è voluto molto per convincere anche Williams a riprendere il basso che aveva attaccato al chiodo. «Era come se la vecchia band fosse tornata insieme!», esclama il bassista. Rimessi insieme i pezzi, ad Angus non rimane altro che chiamare alle armi Steve Young, il nipote di Malcom, che già era stato provato nel 2014 al posto dello zio. E nell’agosto 2018, ai Warehouse Studios di Vancouver, i rinati AC/DC cominciano a dar fuoco agli strumenti con il produttore Brendan O’Brien, lo stesso di Black Ice del 2008 e Rock or Bust del 2014. Il risultato è Power Up, l’album che uscirà il prossimo 13 novembre e che riunisce i quattro membri sopravvissuti dell’incarnazione Back in Black. «È stata una lunga, lunga strada», ha raccontato Angus. «Ma è un bene che tutti siano saliti a bordo e riusciamo a pompare un po’ di nuovo rock & roll per il mondo. In questo momento, con la pandemia, si spera che offra alle persone alcune ore di divertimento».

L’album contiene dodici brani, tutti in linea con lo stile AC/DC: inni da stadio, chitarre ad alto volume e titoli diabolici come Demon Fire e Witch’s Spell. Il singolo Shot in the Dark è un perfetto esempio: possiede quella fantastica atmosfera AC/DC, grande spavalderia e un buon canto rock & roll. Through the Mists of Time mostra la band insolitamente riflessiva: “Vedi ombre scure / Sulle pareti”, canta Johnson. “Guarda le foto / Alcuni si bloccano / Alcuni cadono”.

La maggior parte dell’album è stata registrata in sei settimane nell’estate del 2018, anche se la band ha continuato a modificarlo nel 2019. Inizialmente avevano pianificato di rilasciare Power Up all’inizio di quest’anno, ma la pandemia li ha costretti a rivedere i piani. Avevano anche svolto una prova dal vivo per testare le condizioni dell’udito di Johnson. «Mi sentivo come se fossi di nuovo un bambino», dice il cantante. «Poi è arrivata quella cosa del virus e ha messo tutti in attesa».

L’idea di portare Power Up sulla strada è rinviata al dopo-Covid. Il cambio di programmi non ha tuttavia spento il sorriso degli AC/DC felici di essere di nuovo una band funzionante e di poter condividere alcune delle ultime canzoni di Malcolm con il mondo. «È il fondatore di questa avventura chiamata AC/DC», ricorda Angus. «Questo disco è praticamente una dedica a Malcolm, mio fratello. È un tributo per lui come Back in Black è stato un tributo a Bon Scott».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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