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Joe Biden parla già da presidente

Il candidato democratico rimanda però il Celebration Day al termine dello scrutinio e dice basta all’antipolitica, mentre Trump resta sempre più isolato dai repubblicani. Arizona ultimo atto

È la notte della vittoria per Joe Biden. Almeno quella ufficiosa, a tre giorni dall’elezione e dopo la straordinaria rimonta in quattro stati chiave e un vantaggio in Georgia, Nevada e Pennsylvania che ormai si consolida ogni giorni di più, in attesa dei risultati e delle conferme definitive. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, lo definisce già “presidente eletto”. Dopo aver espugnato in giornata la roccaforte repubblicana del Peach State – impresa che non riuscì nemmeno a Barack Obama – nel quartier generale del Westin Hotel della sua Wilmington, Delaware, il candidato democratico fa eco ai festeggiamenti in strada dei suoi sostenitori a Washington e New York: «Stiamo vincendo questa gara ma non posso annunciare la vittoria. Non è ancora questa la mia dichiarazione finale». Ancora una volta in ticket con Kamala Harris, il futuro presidente si dice «fiero che il nostro successo riguardi tutta l’America. Abbiamo ripreso Arizona e Georgia, ricostruito il muro blu di Michigan, Wisconsin». Invita ancora una volta l’elettorato alla calma e, consapevole delle tempistiche del processo di scrutinio, ammonisce: «Non dimenticate che dietro ogni numero, dietro ogni voto, c’è una persona e una storia. Dobbiamo ascoltare la voce di ciascuno».

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La sua retorica segna già un netto cambio di passo rispetto all’invettiva del rivale e ribadisce ancora una volta che la democrazia americana è in buona saluta e tutti i voti saranno regolarmente contati. Si attenderà quindi la fine dello spoglio per il tanto atteso Celebration Day, perché serve vincere con una “maggioranza chiara”. «È il tempo di dire basta alla rabbia e alla demonizzazione nella politica» ha chiosato il favorito alla Casa Bianca «la grande maggioranza degli americani che hanno votato vuole che il vetriolo sia messo fuori dalla politica e che il Paese si unisca e guarisca le sue ferite». Una volta eletto, servirà tutti, anche quelli che non l’hanno votato: «Lavorerò duro per tutti. Siamo una sola America. Avversari, forse, ma non nemici: grandi disaccordi portano a proficui dibattiti». In attesa che gli vengano chiamati gli Stati necessari al raggiungimento dei 270 elettori, il suo staff è già al lavoro sull’emergenza Covid e sulle istanze economiche, climatiche e della lotta al razzismo.

Donald Trump continua invece a tuonare su Twitter, puntualmente oscurato dal social network. Le sue parole, più che una minaccia, sembrano la sintomatica ammissione di una sconfitta ormai inevitabile. Tra le file repubblicane, esponenti di spicco iniziano a prendere le distanze, incluso Larry Kudlow, consigliere economico del presidente, ritenendo si verificherà un pacifico trasferimento di potere. Anche all’interno del suo staff s’inizia ad avvertire la sensazione che una rimonta è ormai insperata e che i repubblicani non lo seguiranno nella battaglia contro i (presunti) brogli. Eppure c’è già chi, come l’ex capo di gabinetto ad interim Mick Mulvaney, pronto a scommette che in caso di sconfitta il tycoon rimarrà in politica e nella shortlist di chi correrà per il 2024. Il XXII emendamento della Costituzione americana impedisce, infatti, ai presidenti di correre per più di due mandati ma nulla osta a una seconda candidatura non consecutiva alla prima. Il Presidente è affiancato dagli studi legali Jones Day, Holtzman Vogel e Wiley Rein e ha mandato in Pennsylvania Rudy Giuliani e Pam Bondi ma in molti, come quello Stephen Zack che difese il candidato Al Gore nel 2000, restano scettici sulla strategia del presidente. Persino Barry Richard, che difese le istanze di Bush in Florida, parla di “mosse disperate di una persona che considera lo scontro giudiziario come uno strumento di business”. Diciannove ex procuratori Usa che hanno servito sotto presidenti repubblicani hanno poi diffuso una nota definendo “infondate e avventate” le sue accuse e invitandolo “a consentire pazientemente e rispettosamente che continui il processo legale del conteggio dei voti, in accordo con le leggi federali e statali”.

L’unico fronte ancora concretamente aperto è l’Arizona, nel Sudovest del paese, dove nella contea di Maricopa, di cui fa parte la capitale Phoenix, si stanno decidendo le elezioni americane. La contea dello stato del Sudovest a bassa densità di popolazione, dove quattro elettori su dieci sono indipendenti, nel 2016 se l’era aggiudicata Trump con un vantaggio di 45.000 preferenze. Ma alle elezioni di mid-term, la situazione si era già ribaltata con l’ampia vittoria della democratica al Senato Kyrsten Sinema, complici anche le continue trasformazioni urbanistiche e demografiche di uno stato esposto alla mobilità con il cambiamento delle condizioni economiche e alle migrazioni dalla vessata frontiera messicana. E forse, ancora più decisiva nello stato, si rivela la rottura tra il tycoon e John McCain, senatore repubblicano, eroe di guerra, prigioniero in Vietnam e una delle figure più popolari della politica statunitense che, prima di morire, ha fatto il possibile per osteggiare il presidente, che considerava un imboscato sfuggito alla leva grazie al certificato di un medico compiacente. L’immobiliarista di Manhattan, di contro, lo ha umiliato accusandolo di essersi fatto catturare dai vietcong. Nel 2018, la vedova ha vietato al presidente in carica di partecipare ai funerali del marito e, in occasione delle presidenziali, si è resa protagonista di una massiccia mobilitazione in favore di Biden. Benzina sul fuoco in un paese diviso, proprio Maricopa si è rivelata essere scenario di protesta, con un centinaio di repubblicani riuniti davanti agli uffici elettorali per protestare al grido di “Count the vote”. Alcuni anche con arma esibita a vista, come consentito dalla legge dello stato.

E, proprio nella contea, i trumpiani hanno inneggiato allo “sharpiegate”, accusando le autorità di aver fornito agli elettori i pennarelli del marchio Sharpie, i cui segni verrebbero cancellati, ostacolando di fatto la registrazione dei voti favorevoli al candidato repubblicato. Non è mancata la pronta replica delle autorità che hanno smentito l’impatto del pennarello e dell’inchiostro sulla registrazione delle schede. Sophia Solis, responsabile dell’informazione pubblica per la Segreteria di Stato dell’Arizona, ha dichiarato che i voti non vengono cancellati, anche nel caso di problemi con la scheda. Anche Clint Hickman, presidente del Board dei supervisori della contea, insieme a Steve Gallardo, unico democratico nel board, ha rassicurato chemolti tipi di penne sono state testate per il voto e gli Sharpie sono stati raccomandati perché asciugano più velocemente. Intanto la tensione sul risultato finale dello scrutinio sale.

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