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Vaccino anti-Covid ai bambini, tra gli scienziati c’è chi dice no

In attesa del verdetto dell’Fda statunitense per la fascia d’età 5-11 anni, la comunità scientifica è ancora divisa tra chi sostiene che i giovanissimi siano fondamentali per raggiungere l’immunità di gregge e chi ritiene che debbano essere valutati con i potenziali rischi a breve e lungo termine

Redazione di Redazione
Ottobre 12, 2021
in Italia
Tempo di lettura: 3 mins read
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Vaccino anti-Covid ai bambini, tra gli scienziati c’è chi dice no

Mentre la società farmaceutica Pfizer ha chiesto alla Fda statunitense di autorizzare in emergenza il suo vaccino anti-Covid per la fascia di età tra i 5 e gli 11 anni (una platea potenziale di 28 milioni di bambini), le vaccinazioni pediatriche dividono ancora l’opinione pubblica e anche la comunità scientifica. C’è chi sostiene che i giovanissimi siano fondamentali per raggiungere l’immunità di gregge e che siano comunque a rischio di malattia, e chi invece sostiene il contrario e ritiene che debbano essere valutati con grande attenzione i potenziali rischi a breve e lungo termine. Per spiegare le ragioni del no riprendiamo gli interventi del biostatistico Maurizio Rainisio e dell’endocrinologo Giovanni Frajese alla conferenza stampa “Bambini e vaccini anti-Covid: pro e contro” del 16 giugno scorso nella sala Caduti di Nassiriya del Senato.

«Potrebbe non essere una buona idea vaccinare i bambini. Bisogna sempre tenere conto dei rischi e dei benefici». Maurizio Rainisio, epidemiologo e statistico, è coautore, assieme a Sara Gandini e altri scienziati italiani, dello studio decisivo che ha riportato i ragazzi a scuola dopo aver convinto il governo che tra i banchi non si sviluppavano focolai. «Nelle fasce più giovani fino a 60 anni la mortalità è quasi irrilevante. Aumenta improvvisamente da 60 fino a 90 anni per raggiungere dei valori veramente alti per i maschi sopra i 90 anni». Rainisio ha mostrato i dati sulla mortalità che evidenziano come l’età e i fattori di rischio siano decisivi nella scelta di vaccinarsi, ricordando che il tasso di mortalità da Covid-19 nella fascia 0-19 anni è dello 0,0003%. «Se prendiamo il dato sui novantenni è spaventoso: 1 su 26 è morto di Covid. A questa gente il vaccino non può fare che bene perché i benefici supererebbero i rischi».

Diverso invece il caso dei bambini: «Un bambino tra 0 e 9 anni ha una probabilità di morire per Covid talmente bassa da essere del tutto irrilevante: 1 su 600mila per i maschi e 1 su 400mila per femmine. Se prendiamo le età da 0 a 19 anni, per tutta la durata dell’epidemia, abbiamo avuto 26 decessi su 10,5 milioni di soggetti cioè uno su 400.000. Questo serve per dire che appunto la mortalità tra i giovani è inesistente. Anche perché i bambini morti avevano già altri problemi di salute non erano bambini sani che sono morti da un giorno all’altro». L’epidemiologo ha poi citato uno studio pubblicato sul British Medical Journal, secondo il quale non vaccinare i bambini avrebbe effetti benefici: «La malattia, che per i giovani non è grave, darebbe loro un’immunità che durerebbe per tutta la vita e se in futuro dovessero contrarre la malattia essa sarebbe molto lieve».

A fronte, quindi, di benefici minimi nei giovani, c’è comunque la possibilità seppur remota di eventi avversi conosciuti e comuni, anche se probabilmente in gran parte reversibili. La vigilanza post-marketing delle vaccinazioni è iniziata da poco; le informazioni su eventi rari ma pericolosi si potrebbero presentare nel corso degli anni. L’approvazione per uso emergenziale di Fda è basata su circa 2000 bambini tra i 5 e gli 11 anni: le informazioni di sicurezza che se ne possono dedurre non possono escludere eventi avversi rari. «Parlando del rapporto rischio beneficio che è il dato più importante – spiega Rainisio – vediamo che il beneficio derivante potrebbe essere di risparmiare un decesso ogni 400.000 abitanti, mentre per quanto riguarda gli aventi avversi non siamo in grado di escluderli. Lo stato attuale delle conoscenze del vaccino nelle fasce pediatriche è insufficiente a garantire che siano stati valutati correttamente potenziali effetti collaterali rari, come rilevato dalla stessa Pfizer “visto il numero ridotto di bambini partecipanti allo studio sperimentale”».

«Se uno approfondisce un poco il discorso saltano fuori dei dettagli che cambiano la storia», è una delle frasi pronunciate da Giovanni Frajese, professore associato di Scienze Tecniche Mediche Applicate presso l’Università di Roma “Foro Italico”, durante la Conferenza al Senato della Repubblica del 16 giugno. «Ho sentito colleghi pediatri dire che il vaccino ha un efficacia del 100%. Allora al collega che ha detto – al 100% – gli ricordo che in medicina al 100% non esiste e neanche in scienza. Quindi consiglierei prima di fare esternazioni troppo sicure di andarsi a leggere i paper, studiarseli, approfondirseli, guardare i materiali d’appendice, come ho fatto io, perché si trovano tanti dati».

E così ha fatto Frajese citando uno studio dietro l’altro. In un passaggio della sua esposizione l’endocrinologo parla di uno studio sul siero della Pfizer, che riporta che 1 bambino su 1.000 all’inizio della sperimentazione ha rischiato di morire (life-threatening) e invita quindi a porsi la domanda di cosa può succede se viene somministrato il siero a 3 milioni di bambini. «L’evidenza più importante è il fatto che quelli che oggi chiamiamo comunemente vaccini anti Covid, siano in realtà prodotti genici assolutamente nuovi. I quali per rapidità di sviluppo, produzione e approvazione potrebbero non essere stati sottoposti a sufficienti verifiche sugli effetti collaterali a lungo termine. O anche ad una adeguata valutazione degli effetti a breve termine evidenziati dalle brevi sperimentazioni» .«Come si può – conclude Frajese – continuare a veicolare il messaggio che i vaccini siano assolutamente sicuri se non lo sappiamo?».

Tags: BambiniGiovanni FrajeseMaurizio RainisioPfizerVaccino anti-Covid
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