“Mattino e sera” di Jon Fosse

Siamo in una casa. Anna, una vecchia levatrice dice che ci vuole altra acqua. La scena è essenziale. È una famiglia di pescatori. Olai sente dalla camera un grido soffocato. Teme per la moglie…

Jon Fosse

Siamo in una casa. Anna, una vecchia levatrice dice che ci vuole altra acqua. La scena è essenziale. È una famiglia di pescatori. Olai sente dalla camera un grido soffocato. Teme per la moglie Marta. Sta per dargli un figlio maschio. Si chiamerà Johannes.

Poche pagine dopo (pp. 35 e seguenti) ritroviamo Johannes ormai vecchio. Si sveglia rigido, anchilosato. Resta a lungo sdraiato sul letto. C’è stato un lunghissimo salto temporale. Il tempo trascorso si è sedimentato nella sua coscienza. La sua stessa vita è ormai la sua coscienza. Non è, però, il passato ma un presente in cui come per magia si materializza anche ciò che è stato e che continua a esistere.

Jon Fosse, Mattino e sera, La nave di Teseo, traduzione di Margherita Podestà Heir, 2023, euro 16,00.

Johannes guarda il cielo sopra di lui (p. 60): è sempre grigio, e anche lui è lo stesso vecchio. Vuole uscire, vuole fare un giro in barca (p. 61) e vorrebbe pescare come ai vecchi tempi. Se riuscisse a pescare abbastanza pesce andrebbe in città a venderlo, e nel momento in cui si avvia verso il mare, e lo vede calmo si domanda se avrà il coraggio di spingersi fino in mare aperto (p. 63). Cammina, va verso il bagnasciuga, e gli sembra di vedere Peter, l’amico morto, il quale si volta verso di lui e gli strizza l’occhio (p. 64).

Johannes respira il profumo salmastro del mare. Peter è scomparso. Si domanda che fine abbia fatto (p. 65). È sicuro di aver parlato con lui. Non capisce cosa sta accadendo. Tutto intorno a lui è cambiato e allo stesso tempo è come sempre. Poi sente la voce di Peter che gli dice che deve decidersi, e lo rivede che fissa il mare aperto (p. 67). Vuole fargli uno scherzo, prende una pietruzza e la lancia verso la schiena dell’amico ma l’attraversa e colpisce un grande pietra. Non capisce come ciò sia possibile. Peter resta in silenzio. Si siede su un sasso, estrae la pipa e fuma. L’odore di tabacco si mescola a quello del mare. Anche Johannes fuma. Peter lo invita a salire sulla barca, a bordo. Johannes sale a fatica: è diventato un vecchio, non è più il giovane forte di un tempo. Peter avvia il motore. Johannes dalla barca guarda le alture, le rocce, le case sulla terraferma: ha la consapevolezza che non le rivedrà più allo stesso modo (p. 84):

[…] ha la sensazione che non rivedrà mai più tutto questo allo stesso modo, ma rimarrà dentro di lui, come ciò che è davvero, come un suono, sì, quasi come un suono dentro di lui, pensa Johannes e si porta le mani agli occhi e li sfrega e vede che ogni cosa riluce, dal cielo laggiù, da ogni parete, da ogni sasso, da ogni barca, tutto scintilla verso di lui […]

Vanno verso il largo. Provano a pescare. Johannes lancia l’esca più volte ma non scende giù. Peter gli dice che il mare non lo vuole. Scoppia a piangere, lo conduce a terra. È lì che incontra la defunta signorina Pettersen ma anche la moglie morta Erna (p. 120). Va verso di lei. Prende la sua mano: è fredda. Erna e Johannes si conducono a vicenda lungo la strada. Si ritrovano per un istante. Il tempo di un attimo.

A segnare una svolta nella vicenda è l’incontro fra Johannes e la figlia Signe. Lei non lo vede, lui la chiama, grida ma lei non lo sente. Ha gli occhi neri di paura e va trafelata verso la casa dell’uomo. Intuisce che è accaduto qualcosa di terribile. Allora l’ambiguità che caratterizza tutta la storia si risolve: scopriamo che Johannes non è più nella vita ma è morto. È disteso senza vita nel suo letto. La sua anima,invece, ha intrapreso un viaggio per un luogo sconosciuto, al limite fra l’ombra e la luce, fra la morte e la vita. E Peter è lì per lui, per aiutarlo a ‘passare al di là’, per condurlo in ‘un altro posto’ (p. 146-8), in ‘mare aperto’, in un luogo dove non c’è dolore e paura, dove non c’è più né Peter né Johannes e ‘il cielo e l’oceano sono tutt’uno e il mare e le nuvole e il vento sono tutt’uno’ (pp. 150-1).