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Massimiliano Marrani: La poesia come “gioia sinistra” tra memoria, oblio e nichilismo

Nel suo percorso poetico e visivo, l'artista esplora il distacco dalle persone e dalle cose, la tensione tra ricordo e oblio, e l'inevitabile confronto con la morte. Tra “teologia negativa” e un tenue barlume di speranza, la sua poetica si confronta con il vuoto, lasciando domande sospese sul valore della poesia

Carlangelo Mauro di Carlangelo Mauro
Ottobre 27, 2024
in Libri
Tempo di lettura: 5 mins read
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Massimiliano Marrani: La poesia come “gioia sinistra” tra memoria, oblio e nichilismo

https://www.massimilianomarrani.com/DRAWINGS

Massimiliano Marrani è un artista visivo molto versatile (vedi per diverse sue opere il sito https://www.massimilianomarrani.com/) che ha all’attivo anche alcune raccolte di poesie: Anche se gli alberi, pubblicato da Lietocolle (2021); Al largo nella città (2022), che comprende il primo libro, di cui il poemetto Idro, indicato nel frontespizio, era una sezione, e la raccolta Dromi, vincitrice nel 2021 del Premio “Europa in versi” per gli inediti; Dove nessuno vive (2023). Entrambi gli ultimi due volumi sono stati pubblicati per “I Quaderni del Bardo”.

«Nel travaso violento delle prospettive tra passato e presente, nel nesso tra distacco irrimediabile e brama di contatto, nella rappresentazione non lineare della storia, risiede la mia gioia sinistra di scrivere poesie, nonostante, a gradi diversi e a seconda degli umori, dubiti della loro necessità». Così Marrani presenta la sua attività di poeta in queste poche righe che ho tratto dalla “Nota dell’autore” in Dove nessuno vive; con l’efficace ossimoro di «gioia sinistra»  ha sintetizzato la sua predilezione per una scrittura poetica tesa ad una “felice discesa” nell’abisso della morte e dell’annullamento. Risaltano quelli che sono alcuni temi fondamentali della sua produzione: l’importanza della memoria anche laddove il ricordo diventa labile e necessariamente, come tutte le cose, si perde nell’oblio, nel destino che, inesorabile, incombe su ognuno di noi; il distacco connesso, inevitabile, dagli oggetti, dalle persone che amiamo che non vorremmo mai lasciare; il non senso rispetto agli accadimenti del nostro vivere, spesso tragici, cui non riusciamo, immersi nel dolore, a dare un senso «lineare», ad iscriverli, come un tempo,  nell’orizzonte lineare e ideale dello storicismo; il crollo, un po’ una endiadi, delle ideologie e delle fedi, non esclusa quella umanistica nella poesia. In tale direzione molto forte la riscrittura del fondamento evangelico dell’eucarestia (a p. 50) che delinea una sorta di “teologia negativa” alla base del libro:

Prendete e ascoltate tutti
questo il pane senza scopo,
l’unico vino senza vigna

La prospettiva di fondo della poesia di Marrani, come ha rilevato il poeta e studioso Roberto Batisti[1], è «solidamente nichilistica», sia nella narrazione dell’esperienza autobiografica, individuale, in cui l’anatomia della condizione umana sembra tutta interna ad un’impotenza, ad una sorte già segnata, come su un tavolo operatorio dove l’aprire e il chiudersi di una finestra sull’inverno dopo una breve estate rappresentano l’explicit irrimediabile di vecchiaia, malattia e morte: “mi dicono che hanno aperto mio padre, | che hanno guardato ma subito richiuso | come da una finestra, quando fa inverno”, scrive Marrani nella raccolta Anche se gli alberi confluita nel volume riassuntivo Al largo nella città (p. 27). Cozza con questo orizzonte di tragedia l’accumulo di banalità della vita media nel nostro occidente, in cui gli imperativi categorici o i dubbi amletici sono decisamente discesi di tono: «Gli anni che diventano un devo dimagrire. / Per oggi non accendo il televisore./ Il grande viaggio prima di morire» (p. 12)». Il dialogo di Marrani con un tu, donna, figlio o con i personaggi della sua esperienza, tenta di esorcizzare il buco nero che inghiottirà ogni cosa: «Chissà se ricorderai le nostre passeggiate / nella città deserta. La rotonda senza suono, / i fili di fumo dai palazzi che come navi / lasciano lo sguardo». Uno sguardo che si sofferma sulla città che l’io lirico avverte, nel suo brulicare, vuota di presenze come una «città fantasma» (p. 15), in cui il suo «volto», come ogni «volto» è «muto», «chiassoso», «vuoto». Le immagini della realtà urbana sono espresse in un linguaggio asciutto, essenziale, spesso crudo; ma anche la sguardo sulla natura, vicina alla città, non permette il superamento dello «schema chiuso» di cui si è parte (p. 43), poiché gli uomini non trovano in essa una possibile liberazione, ma sono divenuti immobili in mezzo ai «campi» come antenne per le comunicazioni «tra i fiori tersi» (p. 17), fiori dei quali non si accorgono, non possono accorgersi…

Sembra davvero, nelle parti più razionalmente lucide e “sinistre” di questa poesia, di trovarsi di fronte alla «chiusura» di ogni varco, la quale si esprime con l’uso in modo insistito nel libro con il participio passato del verbo, riferito a realtà cittadine, naturali, umane: «i parchi chiusi» (p. 14); le pompe di carburante chiuse (p 45); le mani «svitate dai polsi e chiuse» (p. 16); «le tue mani erano legno, / una pergamena chiusa»; «la mia voce chiusa in te per sempre»; fino a negare gli esiti, gli effettivi comunicativi della poesia stessa che rimane senza più lettori, come in una morte cosmica: «essa [la poesia] dorme la sua morte all’estremo / chiusa al pubblico, alla terra e al cielo» (p. 66, corsivo mio). Il culmine è una sorta di apocalisse implosa nella quale la vita stessa sparisce in un «boato di chiusura» (p. 31).

Di fronte a questa oggettiva realtà “matrigna”, si affaccia talvolta nel pittore-poeta un filo di speranza nello scrivere ad un interlocutore, metaforicamente una particolare «tonalità di verde indistruttibile», una fiducia rara, mai certa, di poter comunicare ad un tu un qualcosa di non più grande di una macchia: «una certa luce. / Una chiazza d’umido, foglie, e figure». Il cromatismo del verde restituisce vita ad un confine tra cielo e terra che risulta spesso iscritto nel nero («Il viale è un pensiero e fa nero / sopra il parcheggio a pagamento», p. 19), ad un dialogo con l’altro che si riduce altrove ad un parlare «tra le rovine» (p. 34). Sono comunque il «distacco», il dolore, la morte a prevalere; le poesie di Marrani vogliono iscriversi in queste coordinate soltanto come frammenti «sparsi nell’assolo / piccoli frammenti del tema dell’addio». Nel paesaggio industriale contemplato dall’autostrada tra Bologna e Piacenza, segnato dalle «scie fumogene delle ciminiere» che si levano come «quattro colonne tortili avvitate al suolo» (p. 38), l’addio sembra non riguardare più il passato trascorso, ma lo stesso presente, il suo primo affacciarsi: «il pallore precoce dei congedi al primo contatto» (p. 38).

Il poemetto “Idro”, ben strutturato, è dedicato ad una vacanza con il figlio sul lago di origine glaciale in provincia di Brescia, lago che viene ad identificarsi con la poesia stessa, abisso dell’inconscio in cui perdersi: «Danilo, la poesia è lago». Ma la possibilità di ritrovare in senso antropologico una memoria arcaica si rivela senza appigli; tutto si proietta in una dimensione allucinata («Gli uccelli impazziti sulle acque della memoria») e il linguaggio diviene una rete che con la sua insufficienza ci rende prigionieri: «Il linguaggio umano ci cattura / nella stessa rete con cui peschiamo» (p. 62). Diversi i riferimenti all’elemento dell’acqua nelle pagine precedenti il poemetto («Il lago una moneta d’acqua sul tuo viso», p.14) come nelle seguenti, ma l’associazione della poesia con l’acqua non sembra, anche in questo caso, avere un valore salvifico: “Leggo poesie tradotte poi sogno / uno stagno putrido e nero” (p. 34).

Il rapporto padre-figlio è un tema fondamentale del libro incardinato sul succedersi delle generazioni: «Mi sento con mio padre / portare su l’albero di Natale. // Il suo dito punta al futuro / dove mio figlio mi guarda”). Il patto generazionale si basa sul silenzio, come il poeta scrive nella sezione Dromi, sul tacere, cioè, «la notizia che è il domani / il tempo dei morti». La pedagogia che ne deriva è grave, pesante: «Bambino mio, non ho regali / ma una pietra sepolta in gola / e molto poco da insegnarti», in linea con le raffigurazioni visive del Marrani pittore. Nell’autoritratto a carboncino in copertina di Anche se gli alberi il padre partorisce il figlio dalla bocca mentre in quello sulla copertina di Al largo della città, un olio su tela intitolato «Un uomo in una stanza», l’autore regge su di un braccio, allattandolo, il frutto di un aborto o un essere non umano. In questa “teologia negativa” che ho cercato di ripercorrere c’è spazio, alla fine, per una domanda, un dubbio che qualcosa di positivo comunque rimanga, dopo il «massacro»: «Chissà perché rimangono le poesie / dopo ogni massacro».

[1] R. Batisti, Risalire le scale del sangue: riflessioni su Anche se gli alberi di Massimiliano Marrani, in “Formavera”, 21 giugno 21 (https://formavera.com/2021/06/21/risalire-le-scale-del-sangue-riflessioni-su-anche-se-gli-alberi-di-massimiliano-marrani-roberto-batisti/).

Tags: arte e nichilismoMassimiliano Marranipoesia contemporanea
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