Il dolore di Marguerite Duras da anni era nella mia libreria. Periodicamente lo aprivo, sfogliavo, e lo riponevo al suo posto. Non so, ma c’era qualcosa che mi induceva ogni volta a rimandarne la lettura. L’autrice scrive in prima persona. Sostiene di aver ritrovato un diario negli armadi di Neauphle-le-Château. Non ricorda di averlo scritto. È un testo dimenticato, abbandonato in una casa di campagna inondata d’inverno. È senza tempo, non è letteratura, cioè finzione, ma vita. La storia comincia nel mese di aprile, di un non precisato anno. Scopriamo poi che siamo nel 1945. C’è un camino acceso. La guerra sta per finire. Lei aspetta un uomo. È il marito. Si chiama Robert L. È stato fatto prigioniero, ed è finito in un campo di concentramento. La signora L., questo è il nome assunto in queste pagine dalla scrittrice, annota le proprie emozioni, si rifugia nella parola. La scrittura diventa l’unica via di salvezza dinanzi all’orrore della guerra, dei morti, della fame, della disperazione, delle notizie che via via arrivano mostrando quanto i nazisti erano stati capaci di fare, ma anche dinanzi alla cruda realtà del mondo che stava per nascere all’indomani della capitolazione di Hitler. In Francia il potere l’avrebbe preso la Destra di De Gaulle, che si preparava a sopprimere il popolo, qualunque idea di rinnovamento potesse venire dal basso:
[…] Risponde D: «La Destra. È questa la Destra. Lei sta vedendo il personale gollista che prende posto. La Destra si è ritrovata nel gollismo anche in mezzo alla confusione della guerra. Vedrà, saranno i nemici di ogni movimento di Resistenza non direttamente gollista. Occuperanno la Francia. […]
La scrittura di queste pagine di diario è tagliente, tutta di pancia, intensamente viscerale. C’è sofferenza in ogni parola, ossessione, la ricerca di un’ancora di salvezza per non sprofondare. Neanche la fine della guerra, ormai imminente, riesce a dare una speranza alla signora L: è tormentata dal pensiero di Robert L.; crede sia morto, vede il suo volto nell’atto di spirare, si domanda se il suo ultimo pensiero è stato per lei; allo stesso tempo si aggrappa ogni giorno alla speranza che possa tornare. Dinanzi ai suoi occhi sfilano le immagini della guerra che sta terminando, di Berlino in fiamme, di Hitler in fiamme, delle fucilazioni compiute dai tedeschi perché non si sapessero tutte le atrocità che avevano compiuto. Si sarebbe potuto impedire che i tedeschi fucilassero: bastava mandare dei paracadutisti a occupare i campi ventiquattr’ore prima dell’arrivo degli alleati, ma Fresnay, ministro dei prigionieri di guerra e dei deportati, non aveva voluto che ‘il merito dell’iniziativa andasse a un movimento di resistenza’ (p.31). E aveva lasciato che i tedeschi fucilassero. Ecco l’altra faccia della medaglia. Di nuovo tutto poi si coagula intorno a un lui, cioè a quel lui, che o è già morto, o che sta morendo, dal quale ha avuto un figlio, nato morto. Non c’è altro per lei oltre lui. Morire è smettere di aspettarlo. È lui a tenerla in vita. Miracolosamente riesce a tornare. È morente, non può neanche mangiare, si salva grazie all’amore di coloro che gli stanno intorno, alla passione di un medico di salvare Robert L. Sì, quel Robert – annota la scrittrice – che ha qualcosa che fa di lui ‘lui solo e nulla e nessun altro al mondo’, che ha una grazie speciale nel suo modo di essere ‘gravato dal peso della disperazione di tutti’; che sul punto di morire non ha incolpato ‘nessuno, nessuna razza, popolo, ha accusato l’uomo’ (p.48).





