Roman Jakobson dedica pagine intense a Majakovskij. Sono dettate non solo dalla consapevolezza che la Russia aveva perso un grande poeta ma anche dall’affetto sincero dell’amico. Lo studioso verga questo scritto il 5 giugno 1930, cioè a pochi mesi dalla sua scomparsa. È spinto, e lo si percepisce, dalla piena delle emozioni, da un dolore che muove sottotraccia le lucidi osservazioni con cui tratteggia un quadro della poesia russa del primo Novecento.
Mi fermerò su alcuni punti del suo discorso che considero essenziali. In primis Jakobson coglie che la novità della poesia di Majakovskij è nell’uso che fa della parola (è ‘qualitativamente diversa da tutto quello’ (p. 11) che c’era nel ‘verso russo prima di lui’), e nella sua capacità di non riflettere la sua epoca ma di determinarla. In questi due aspetti, cioè l’uso del verso e il rapporto con il proprio tempo Jakobson vede la sostanziale differenza fra Majakovskij e Pasternak, Mandel’štam, ecc. La loro è ‘poesia da camera’, che ‘non accenderà una creazione nuova’. Nella morte di Majakovskij, che si suicidò, c’è però molto di più. C’è il dolore della perdita, soprattutto ‘di chi ha perso’ (p. 12), ma anche il destino di una generazione di poeti. Jakobson fa i nomi di Gumilëv, Blok, Chlebnikov, Esenin. In ognuno di essi vede la coscienza di una ‘ineluttabile condanna, intollerabile nella sua lentezza e precisione’, e non solo per ‘chi fu ucciso o si uccise’, ma anche per chi ‘fu inchiodato al letto della malattia’ (p.14).
Jakobson intuisce, citando delle parole che Viktor Šklovskij scrive in memoria di Chlebnikov, una terribile verità, cioè l’inumanità dello stato. È così da sempre, cioè già dal tempo di Cristo; già allora lo stato non comprendeva il linguaggio umano (p. 14):
[…] Perdonaci per te e per gli atri che uccideremo… Lo stato non risponde della morte degli uomini, al tempo di Cristo non comprendeva l’aramaico e in generale non ha mai capito il linguaggio umano. I soldati romani, che inchiodavano le mani di Cristo, non sono più colpevoli dei chiodi. Eppure, chi è crocifisso soffre molto. […]
Una comune condizione tragica accomuna Majakovskij, almeno nella lettura che ci propone Jakobson, e gli altri poeti del suo tempo. Lo studioso avverte in anticipo che altre forze stanno per decretare il futuro. Ai poeti è tolto, invece, anche il futuro, e nel modo più terribile, cioè riducendo la loro poesia a un fatto letterario. La parola è privata così della sua capacità di parlare del futuro; i cantori vengono uccisi, le loro opere vengono ‘attaccate a uno spillo di passato’. È imprigionata – diremmo noi- in un sepolcro, in un museo, è ridotta a pura tecnica. A Majakovskij, e ad altri poeti, e forse anche a degli studiosi fra qualche decennio sarà affibbiato ‘il titolo di uomini dello scorso millennio’ (p. 58). Per Jakobson è un destino terribile, che rende ‘derelitta, desolata’ e ‘nullatenente’, nel senso più vero di questa parola, un’intera generazione.





