È il 26 dicembre 1946. Sembra una data qualunque, e lo è. Eppure, avviene un fatto importantissimo: viene fondato il Msi (Movimento sociale italiano). La Repubblica è nata da poco. L’esperienza della guerra e del Fascismo è molto viva e sentita; nonostante ciò, viene permessa la costituzione di un partito di chiara ispirazione neofascista. È questo il primo punto, la prima questione chiave in cui ci si imbatte leggendo Fascisti contro la democrazia di Davide Conti. Sembra un fatto marginale, del tutto insignificante in un’Italia che si è lasciata alle spalle il Fascismo. Non è affatto così, e l’autore lo dimostra in questo libro molto articolato, che non solo analizza il ruolo del MSI nella politica italiana in un periodo che va dal 1946 al 1976, ma ci aiuta a capire tanti aspetti della destra moderna.
Nelle prime pagine lo studioso tratteggia un quadro terribile del paese, caratterizzato da contraddizioni, e soprattutto da una drammatica verità: la caduta del regime non era stata sufficiente a defascistizzare la società italiana, anzi al contrario il ceto dirigente fascista era riuscito in maniera camaleontica a reinserirsi nel corpo sociale della Repubblica. Basti ricordare, a mo’ di esempio Achille Marazza (Maggiore di Fanteria nel Regio esercito fascista durante l’invasione dell’Iugoslavia, e dal 1943 segretario della DC per l’Alta Italia), che ebbe un ruolo importante nella nascita del Msi (pp. 23-24):
[…] Il sottosegretario al ministero dell’Interno Achille Marazza era una figura che ben rappresentava la complessità della transizione dal fascismo alla democrazia. […] A partire dall’autunno del 1946 il sottosegretario all’Interno, evidentemente con il mandato politico di Mario Scelba, avviò una serie di incontri e di riunioni con i principali esponenti del «senato» in clandestinità, al fine di «rendere possibile una soluzione unitaria del neofascismo».
Una linea di condotta che restituisce l’idea del clima interno e internazionale dell’epoca, allorché un alto funzionario dello Stato, oltretutto responsabile dell’ordine pubblico e della legalità repubblicana, incontrava latitanti ufficialmente ricercati per discutere della formazione di un loro partito di natura neofascista. […]
Lo studioso dimostra che nel passaggio dal Fascismo alla Repubblica c’è una terribile continuità storica, favorita da una molteplicità di fattori: la divisione con la fine della guerra del mondo in due blocchi, il timore di un’avanzata verso Occidente dei comunisti, ma anche l’arretratezza del paese e della sua classe dirigente arroccata nei suoi privilegi e ostile a qualsiasi cambiamento. È in questo contesto che Almirante e i suoi troveranno un terreno fertile, riorganizzandosi con un attivismo impressionante, e stabilendo relazioni con esponenti degli apparati dello Stato, con ambienti ‘economici, ecclesiastici e politico-militari anticomunisti’ italiani e stranieri, e successivamente anche malavitosi.
Il saggio di Conti attraversa un periodo storico denso di avvenimenti: il ‘ 68, gli anni della «strategia della tensione», e poi si ferma al 1976. Sono trent’anni purtroppo di tragedie, di violenze portate avanti dalla destra di Almirante e Rauti, spesso coperte e rimaste impunite, o di cui non è stata adeguatamente sottolineata la portata sulla nostra comunità democratica. Il grandissimo merito di questo libro è a mio giudizio quello di non tacere nulla, e di raccontare con rigore scientifico un pezzo di storia italiana, purtroppo drammatica, di continui attentati compiuti dai fascisti – che pensavamo scomparsi nel 1943! – alla nostra fragile comunità democratica. C’è da chiedersi quanto ciò abbia inciso sul nostro attuale presente, e quanto la destra attuale sia erede della cultura antirepubblicana dei suoi storici fondatori!





