Siamo a Londra. In un ristorante. Ci sono due tavoli affiancati. Due storie, due drammi, a momenti tragico-comici, che si svolgono in parallelo. A un primo tavolo si festeggia un anniversario di matrimonio. Sono tutti borghesi affermati, solo apparentemente sono felici. Sono dei nuovi arricchiti, e il loro linguaggio, spesso grossolano, a volte osceno e volgare, lascia intuire la loro origine.
Harold Pinter in Anniversario non rispetta la normale partitura in scene e atti, o meglio la innova, la piega alle esigenze della pièce, al suo sviluppo drammatico, e a momenti quasi narrativo-cinematografico. Ci sono infatti due storie, che avvengono in parallelo: quella del Primo tavolo, e quella del Secondo. I tavoli sono vicini, l’uno accanto all’altro ma fino alla conclusione restano separati. A unirli è un filo rosso, invisibile, cioè la grigia oscurità del mondo borghese, in cui manca qualunque slancio e ideale, e ha valore soltanto il denaro. Una cupa tristezza avvolge tutti i personaggi, che non si sollevano mai oltre la loro realtà contingente. Sono parte di essa: li schiaccia come un’ombra viscida, in cui ogni passione e sentimento autentico è impossibile. La lingua che usano, veicolare, a tratti bassa, triviale è la spia della loro natura. In alcuni passi è martellante, ripetitiva, volutamente ossessiva; a volte scattante, tagliente, capace in un lampo di evocare un profondo vuoto interiore e di valori (p.13):
[…] Lambert Di quelli che non crescono sugli alberi.
Matt Hai proprio ragione, cazzo.
Lambert Ehi, Matt!
Lambert tira su la bottiglia di Valpolicella che è vuota.
Matt si gira e chiama
Matt Cameriere!
La figura di Matt che chiama il cameriere è altamente drammatica. O meglio è drammatico l’atto stesso del chiamare, la sua voce che chiama. È un gesto disperato che ben rappresenta i personaggi di Pinter: nelle loro untuose figure sono in fondo dei disperati che nel cibo, nel vino, e nei loro triti rituali (come quello dell’anniversario di matrimonio) riempiono l’assenza di qualunque altro valore che non sia il denaro o o il sesso. La cosa più grave, però, è che sono degli inconsapevoli, degli specchi di un mondo che stava appena nascendo. Essi simboleggiano una nuova classe di borghesi, priva di cultura, arrogante, a momenti rozza, e senza coscienza.
La scrittura di Harold Pinter procede come un flusso continuo. I due tavoli rappresentano due vicende che si svolgono in parallelo. A un certo punto però si incontrano, diventano un tutt’uno, in una di commistione di toni, anche linguistici, e umori. Il niente che anima i personaggi dei due tavoli si fonde in un coro quasi unanime, che si traduce nella conclusione nella certezza comico-sarcastica che si rivedranno molto presto, al prossimo anniversario, o ai ‘molti anniversari a venire’ (p. 61), che saranno ‘tutti da festeggiare’. Il ritmo chiassoso di questa scena non è allegro ma infernale, disperato, ed ben è reso dalla battuta di Lambert (Non lo vedi che mi dai noia. Brutta stronza di una troia), dalle risate sguaiate dello stesso Lambert e di Matt. Non c’è nessun momento di autenticità, di verità, fino al silenzio finale. Poi una voce, quella del cameriere ci regala una inaspettata, profondissima riflessione, altamente poetica, sul mistero della vita (p.63):
[…] Mio nonno mi ha introdotto al mistero della vita e mi ci trovo ancora in mezzo. Non riesco a trovare l’uscita. Mio nonno invece ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta. Se l’è lasciato alle spalle senza mai voltarsi.
Ce l’ha fatta. […]





