Oggi vado in cerca di ciò che è riemerso o riemerge dal passato, e Robinson mi porta nel lontano Medioriente. Da pochi giorni è sconvolto nuovamente dalla guerra, ed è impossibile non pensare come le vicende di questa terra siano legate alle nostre. Tutto il mondo moderno sarebbe impensabile senza il Cristianesimo, eppure del Nuovo testamento non abbiamo, in quanto non sono sopravvissuti, manoscritti del I secolo d. C., e solo assai pochi frammenti del secondo. Insomma la tradizione è quella che ci è stata trasmessa. Eppure dopo la morte di Gesù, deve essere circolato nelle comunità ebraiche un vangelo dei Detti di Gesù, che dall’aramaico fu tradotto in greco, e che rispondeva al cosiddetto Movimento Q, cioè quel movimento di ebrei che dopo la crocifissione del maestro, attraverso i suoi detti ne continuavano l’opera e ne diffondeva il messaggio. Si trattava – almeno da quanto scrive Robinson- di un vangelo non narrativo, cioè diverso da come li leggiamo oggi, e che è stato riscoperto solo nel 1838, e che è incastonato in Matteo e Luca (databili entrambi fra la fine degli anni ottanta e novanta del I secolo). Dopo la morte di Gesù, infatti, erano nate chiese giudaiche e pagane. Il vangelo dei detti di Gesù circolava nelle prime, e la ragione per cui non ci è stato trasmesso è dovuta al fatto che il Nuovo Testamento è una ‘collezione di scritti’ delle chiese non ebree. Con Matteo però si verifica un fatto molto importante, cioè il vangelo del movimento Q si fonde con quello più antico delle chiese pagane, cioè con quello di Marco.
Luca, invece, rappresenta pienamente il trionfo delle chiese pagane, e l’evangelista ha incastonato Q nel vangelo di Marco. Negli Atti degli apostoli successivamente presenterà la ‘storia delle chiese sorte in ambito pagano’ come ‘la storia delle chiese nel loro complesso’ (p. 6).
Lo studioso esamina anche le modalità di composizione di Q, che in un primo momento era scritto nella lingua di Gesù, cioè l’aramaico, e che probabilmente molto presto viene tradotto in greco, costituendo così il vangelo dei Detti Q. Qui l’autore considera come un fatto ormai dimostrato – almeno da quanto si arguisce- che il testo greco avesse già una sua unità. Poi basandosi sull’elevato grado di identità letterale dei detti di Q di Matteo e Luca, deduce che entrambi non li traducessero dall’aramaico ma che lavorassero su un testo comune in lingua greca. Inoltre secondo Robinson la presenza di un manoscritto di Q è attestata da un errore scribale in greco in riferimento a un passo presente in entrambi gli evangelisti (Mt 6,25-33, che ha il suo parallelo in Lc, 12,22b-31), e naturalmente anche in Q, che in un antico manoscritto di Matteo (6, 28b), preservato lungo i secoli nel monastero di S. Caterina del monte Sinai, e ora conservato alla British Library di Londra, per un lieve mutamento delle lettere produce un significato diverso:« Non cardano, non lavorano, non filano». Robinson osserva che ‘non cardano’ è presente anche in un frammento greco del detto 36 del Vangelo di Tommaso, (‘nel papiro di Ossirinco 655, preservato nell’arida sabbia dell’Egitto presso la città di Nag Hammadi’), e che è andato perduto per 1500 anni ed è stato riscoperto nel 1945.
Grazie a Robinson è possibile non solo leggere i Detti di Gesù in una versione italiana di impianto divulgativo, ma ora ci è più chiaro anche il ruolo che ha avuto la tradizione nella trasmissione di ‘ciò che si doveva usare e ciò che non si doveva (per citare una felice definizione dello studioso) per scopi comunitari’, e dell’influsso esercitato dalla più antica teologia rivolta ai pagani di origine cristiana, cioè quella di Paolo, che era incentrata non sui detti di Gesù, ma sulla croce e sulla risurrezione, rischiando così per noi moderni di ‘oscurare il messaggio autentico di Gesù, sebbene i detti di Gesù fossero, dopo tutto, preferiti dai suoi stessi discepoli’ (p. 14).





