Voci dal Palazzo

Elezioni Sicilia. Vince l’astensionismo

Oltre la densa cortina ideologica che grava sulle dichiarazioni dei 5 competitor che si sono sfidati per la presidenza della regione Sicilia, il dato più evidente rimane la desertificazione delle urne

L’autentico vincitore di questa tornata elettorale siciliana è il partito dell’astensionismo. Il 53% dei siciliani ha disertato le urne, molti di questi, è la sensazioni di chi ha vissuto in prima persona questa campagna elettorale, appartengono alla fascia d’età che va dai 18 ai 25 anni. Un dato soverchiante che ritroviamo anche nelle parole del nuovo governatore siciliano Nello Musumeci quando afferma che “Dobbiamo recuperare per prima cosa il 50 % dei siciliani che non sono andati a votare. Bisogna restituire alla politica credibilità e autorevolezza”. Sulla stessa falsariga, il leader nazionale penta-stellato Luigi Di Maio che ha nelle ultime ore annullato il suo confronto televisivo con Renzi dichiarando che «Il nostro avversario non è né Berlusconi né Renzi. Il nostro nemico è l’indifferenza che crea astensione».

Le responsabilità della politica. Se da un lato i leader politici dimostrano consapevolezza dell’evidente delegittimazione a cui stanno andando incontro le istituzioni (l’astensionismo è un partito che continua a crescere da un’elezione all’altra), dall’altro non si registrano cambiamenti così radicali nell’approccio delle principali forze politiche al problema. L’arma più grande che la politica possiede per riacquisire un po’ di credibilità è il buon esempio. Che esempio può dare una politica che, nei partiti tradizionali, continua a foraggiare l’arte del compromesso al ribasso riunendo nella stessa arca tutto ed il contrario di tutto perché alla fine l’unica cosa che conta è vincere, non importa da dove arrivino i voti. Per quanto limpida ed autorevole possa essere la storia personale di ciascuno o la preparazione amministrativa o lo spessore culturale, non è possibile porla come garanzia di situazioni opache, a volte oltre il limite della legalità. Né d’altro canto è possibile recuperare terreno all’astensionismo aggredendo ferocemente chi ha rinunciato al proprio diritto/dovere al voto senza cercare invece di comprenderne le ragioni autentiche, di analizzare i motivi di uno scoramento che ha radici profonde. La politica ha spento la fiaccola della speranza nel cuore di tante persone molte delle quali preferiscono l’eremo o la migrazione rispetto all’impegno civico e sociale. Ciò costituisce un crimine imperdonabile e rischia di privare non solo la Sicilia, ma anche l’Italia, di una linfa determinante per la sua redimibilità, per usare un termine caro ai musumeciani. Se la politica non cambierà radicalmente, se la politica non inizierà a dare il buon esempio, anche accettando di pagarne le conseguenze in termini elettorali, se la politica non recupererà tutti questi giovani sfiduciati all’impegno civico e sociale, chiunque vinca si accorgerà presto di avere, in realtà, perso irrimediabilmente.

L’analisi politica. Dopo le considerazioni di cui sopra è difficile analizzare il risultato politico in sé. Ha vinto Musumeci ed il centro-destra unito con la regia di Silvio Berlusconi, potremmo chiamare la pellicola “Ritorno al passato?”, parafrasando il titolo del ben più famoso film di Robert Zemeckis? Una vittoria elettorale che, infatti, lancia un’OPA sulle prossime politiche che potrebbero essere vinte da una grande coalizione di centro-destra. Certo, il problema è costituito dal mettere d’accordo tutti. Lo sa bene Silvio dopo le esperienze burrascose dei suoi governi in cui lamentò sempre di non essere riuscito a realizzare quanto desiderato per i veti degli alleati. Se l’impresa non è riuscita a lui, che destino attende un Musumeci attorniato dalle primedonne del centro-destra siciliano, grandi azionisti della sua vittoria? A complicare ulteriormente le cose, la risicatissima maggioranza ottenuta all’Ars, 36 deputati, quelli appena sufficienti per avere la maggioranza in aula. Basterà un piccolo malcontento per rischiare di innescare una pericolosa santabarbara. Una vittoria precaria insomma, tutta da puntellare e consolidare in attesa dell’imminente test nazionale per il quale queste elezioni hanno avuto un indubbio valore. La posizione strategica più forte, in termini politici, sembra essere quella acquisita dal Movimento 5 Stelle, un drappello di 20 deputati ottenuti all’Ars, la possibilità di fare un’opposizione dura e senza sconti senza accollarsi l’onere di amministrare una regione totalmente affossata, al di là dell’amarezza per una vittoria che, fino a pochi mesi fa, sembrava a portata di mano, i 5 stelle hanno certamente buone ragioni per guardare al bicchiere mezzo pieno a patto di assicurare un sano confronto interno evitando le faide e le diatribe che più di una volta hanno danneggiato questa forza politica. Del PD di Renzi cosa dire? Il segretario dei democratici è riuscito a perdere anche questa tornata elettorale, se si esclude il boom delle Europee ed il referendum sulle trivelle fatto fallire per la mancanza del quorum, la sua parabola è stata una discesa continua. Il suo voler spostare troppo a destra il baricentro del PD ha determinato una scissione che ha danneggiato enormemente la forza politica che rappresenta. Dalla mancata gestione del confronto interno ai diversi scivoloni del suo governo, Renzi ha inanellato un insuccesso dietro l’altro e la sua segreteria rischia di trasformarsi in una iattura per i democratici. Infine le candidature di Fava e La Rosa, chi scrive crede che ogni voto sia sempre utile perché rappresentativo di un’idea, di una storia, di un percorso. Da questo punto di vista, seppur di testimonianza, queste due candidature vanno rispettate perché rientrano nel meccanismo democratico che sarà pure pieno di storture e contraddizioni, ma rimane il migliore che questa umanità possa permettersi oggi.

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