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Caro benzina: al Brennero un litro costa oltre 2 euro

Per ora il rincaro riguarda solo la rete autostradale ma i danni per i distributori altoatesini sono già evidenti. La colpa sarebbe tutta dell’Austria

Automobilisti di tutto il mondo, preparatevi a un nuovo salasso. Il nuovo slancio dei prezzi dei barili di petrolio ha già portato, specie nel mese di maggio, ad un già significativo rincaro del costo dei carburanti. Eravamo sotto l’1,50 al litro per la benzina e siamo passato a oltre l’1,60 nel giro di neanche tre settimane, a un ritmo spaventoso che lasciava temere una situazione simile a quella del 2012, quando si superarono i 2 euro al litro nella rete ordinaria. In realtà la corsa dei prezzi sembra essersi assestata, ma nella rete autostradale altoatesina, si rischia un nuovo assalto alla diligenza che avrà come vittime le nostre tasche e stavolta non è solo colpa dell’Italia.

TUTTA COLPA DI VIENNA. A costringere i distributori altoatesini a far salire di così tanto il prezzo dei carburanti è stata, a sentire il loro portavoce Haimo Staffler, la concorrenza sleale esercitata dai pari ruolo austriaci al di là del Brennero. Secondo il portavoce, i distributori oltreconfine starebbero infatti attuando un dumping sleale sullo smercio dei carburanti. Ma cos’è il dumping? La messa in atto, da parte di un operatore del settore che può essere più o meno egemone su un determinato mercato, di una vendita a costo minore se non addirittura sotto costo di un determinato bene. Per fare un esempio, se domani la Nike si mettesse a vendere scarpe a 2 euro favorendo i suoi affari e mettendo in crisi quelli dei propri concorrenti come Adidas o Puma, quello sarebbe un caso di dumping. Si capisce dunque che, visto anche lo specifico settore dei carburanti, la fregatura non sia solo per i distributori, ma anche per i consumatori. Un camionista che in autostrada si troverà a corto di benzina, sarà molto più felice di fare qualche km in più per raggiungere il territorio austriaco piuttosto che riposarsi e fare rifornimento un po’ prima dato che su un camion da 1600 litri di serbatoio risparmierebbe su un pieno 600 euro. Insomma, una truffa bella e buona che coinvolge in questo caso i benzinai e gli automobilisti. E siccome già abbiamo i carburanti tra i più cari del continente, non abbiamo bisogno che un vicino, che per questo dovrebbe comportarsi meglio, ci spinga ad aumentare ancora di più i prezzi.

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TRA I PIÙ CARI. È noto a tutti che la benzina e il diesel da noi siano tra i più cari in Europa. Solo i paesi scandinavi e Olanda hanno un prezzo del carburante superiore al nostro. Ma siamo sicuri che si possano consolare con strade e autostrade più all’altezza. Questo, per noi, non vale e la questione del prezzo che vediamo segnalato dalle tabelle luminose al distributore è sempre stata viva. I costi così alti che gli automobilisti italiani si devono sobbarcare da sempre sono legati a uno dei nemici pubblici più pericolosi e conosciuti in Italia: le accise. Da tempi immemori infatti lo Stato tassa il carburante al fine di recuperare denaro da destinare a spese non messe in conto in precedenza, come ad esempio una calamità naturale, e anche a interventi bellici. È il caso dell’accisa che ci portiamo dietro dal 1936, inserita per finanziare l’anacronistico conflitto in Etiopia. O il caso delle varie altre inserite nel corso degli anni per i terremoti nella Valle del Belice o del Friuli o per il disastro del Vajont. Senza questa tassazione, la benzina, che costa nominalmente 80 centesimi al litro, sarebbe pagata molto meno dai consumatori nostrani. Da questo punto di vista dei proclami sono stati fatti dal subentrato “governo del cambiamento”, che ha inserito nell’ormai celeberrimo contratto anche la riduzione delle accise ritenute anacronistiche come, ad esempio, quelle relative alle guerre coloniali. Tuttavia a fermare questa mossa c’è un “ma” grosso quanto quell’Africa che provammo a conquistare. Questa tassazione infatti non ha più un riferimento preciso. Così non si può effettivamente dire “togliamo la tassa sul terremoto del 1963”. Oltretutto, il sistema delle accise garantisce ormai un’entrata fissa alle casse dello Stato che è stata assorbita nella tassazione normale di qualsiasi altro bene o servizio che gli italiani pagano ogni giorno. Dunque, se il governo volesse ridurre anche solo un quarto delle accise sui carburanti, come risultato avrebbe sì l’immediato giubilo di gente comune ed elettori, ma anche e soprattutto una perdita stimabile in 6 miliardi di euro, che col debito alle stelle non sarebbe certamente un toccasana. Bisogna quindi studiare soluzioni alternative.

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