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«Non chiamatela condono»: la pace fiscale che divide

Nel contratto di governo era rivolta agli «ostaggi di Equitalia con cartelle sotto i 100mila euro». Ora la Lega sogna una sanatoria simile a quella del 2002. Ma gli alleati Cinquestelle chiariscono: «Sarà soltanto per le persone in difficoltà»

In principio doveva essere un intervento per soccorrere «milioni di cittadini ostaggio di Equitalia che hanno una cartella sotto i 100mila euro e farli tornare a lavorare, sorridere e pagare le tasse». Ora con la Legge di Bilancio all’orizzonte si pensa ad «pace fiscale più ampia possibile come misura una tantum che chiuda tutte le liti pendenti per le cartelle, il contenzioso tributario e le multe con un tetto non superiore al milione di euro». Che la si definisca pace fiscale o condono non è certo una misura all’insegna del “cambiamento”. Ma il vicepremier Cinquestelle, Luigi Di Maio chiarisce: «Siamo tranquillissimi nel gestire la pace fiscale, che non è un condono. Aiuta chi è in difficoltà mentre il condono aiuta i furbetti. Basta mettere una soglia a misura di persone in difficoltà».

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«NON CHIAMATELA CONDONO». «Tecnicamente si tratta del meccanismo di saldo e stralcio, quindi di una procedura attiva presso la pubblica amministrazione su soldi dichiarati». Di Maio si dice d’accordo che «un milione di euro sia una soglia troppo alta» e ha assicurato che «non vedremo scudi fiscali», perché «è chiaro che non vogliamo far rientrare capitali mafiosi o corrotti dall’estero». Linea condivisa anche dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria: «Parlare di pace fiscale non significa varare un nuovo condono, ma piuttosto significa “fisco amico” e “incremento della tax compliance”, con iniziative di aiuto ai cittadini in difficoltà». Ma al di là dei termini utilizzati quella presentata nei giorni scorsi da Massimo Bitonci, sottosegretario al ministero dell’Economia, aveva una veste decisamente diversa: «una pace fiscale che riguardi accertamenti, cartelle, sanzioni amministrative e contenzioso tributario e con un tetto di 1 milione a contribuente». L’obiettivo è quello di ampliare la misura prevista dal contratto di governo per renderla – parola del sottosegretario al Tesoro Massimo Bitonci – «molto simile a quella del 2002». Ovvero il condono tombale targato Giulio Tremonti.

45 ANNI DI CONDONI. Il primo fu il condono fiscale-valutario del 1973 che ha consentito di incassare 31,6 miliardi di euro. Le ultime sono state le “voluntary disclosures” del Pd che tra il 2015 e il 2017 hanno consentito un gettito di 5,2 miliardi di euro. Passando per le “sanatorie” del governo Berlusconi: il “condono tombale” del 2002 che ha portato nelle casse dello Stato 22,8 miliardi di euro e lo scudo fiscale del 2009 che ha consentito di recuperare 5,6 miliardi di euro. Nella lunga serie di sinonimi e formule tutte italiane utilizzate, dagli anni Settanta a oggi, per definire gli sconti ai contribuenti inadempienti abbiamo avuto il “condono tombale” e quello “generale”, le “sanatorie”, le “definizioni anticipate” (sia delle “liti potenziali” sia “delle liti pendenti”), le “rottamazioni”, il “concordato per gli anni pregressi” (declinato anche come “concordato di massa per gli anni pregressi”), le “integrative semplici”, a cui vanno aggiunti gli “scudi” e le “voluntary disclosures”. Un dossier del ministero dell’Economia datato 2015 spiegava che «non vi è periodo, dal 1970 al 2008, che non sia stato interessato da qualche forma di condono o sanatoria». Il governo giallo-verde non vuole venire meno alle tradizioni.

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