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Quota 100 e pensioni, cosa cambia dal 2019

Si potrà lasciare il lavoro a 62 anni d’età e 38 di contributi. Verranno tagliati gli assegni sopra i 100 mila euro annui e le rivalutazioni legate all’inflazione. In arrivo le pensioni di cittadinanza e una flat tax per i pensionati che si trasferiscono al Sud

Mentre i pensionati scendono in piazza da Nord a Sud contro il governo per il taglio delle rivalutazioni degli assegni, sono tante le novità previdenziali che attendono gli italiani nel 2019. Alcune sono state incluse nella manovra approvata in Senato ed ora alla Camera per il via libera definitivo, altre arriveranno nel decreto di gennaio che disciplinerà quota 100 e pensione di cittadinanza. «Nessun pensionato prenderà un euro di meno nel 2019 rispetto al 2018, tranne quelli “d’oro”», ha annunciato il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini. Dal 2019 e per cinque anni superiori ai 100 mila euro lordi annui saranno tagliate, secondo uno schema a scaglioni e in base a cinque aliquote: 15% sulla parte che eccede i 100 mila euro e fino a 130 mila euro, 25% sull’eccedenza tra 130 e 200 mila euro, 30% tra 200 e 350 mila euro, 35% tra 350 e 500 mila euro, 40% sopra i 500 mila euro. Sono escluse dal prelievo le pensioni interamente contributive, quelle di invalidità e i trattamenti riconosciuti a superstiti, vittime del dovere o del terrorismo. Nessun assegno potrà in ogni caso scendere sotto i 100 mila euro.

Ma il taglio interesserà anche la rivalutazione degli assegni pensionistici. Chi riceve una pensione fino a 1.522 euro, pari quindi a tre volte il trattamento minimo, potrà continuare a contare sulla rivalutazione legata all’inflazione. Il nuovo meccanismo, invece, prevede una stretta a danno di chi percepisce assegni superiori. In particolare, sono sei le fasce di indicizzazione: si va da una rivalutazione al 97% per le pensioni comprese tre e quattro volte la minima al 40% per quelle sopra 4.563 euro lordi (9 volte la minima). Il presidente del Consiglio Conte, parlando in conferenza stampa, ha minimizzato la questione: «Il contributo sarà quasi impercettibile per le pensioni basse. Neppure l’avaro di Moliere, forse, si accorgerebbe di qualche euro al mese in meno». Secondo lo Spi-Cgil, il sindacato dei pensionati, gli effetti della misura si faranno vedere già sugli assegni sopra i 2537 euro lordi, circa 1750 euro netti, che vedranno una riduzione lorda nel 2019 di 69 euro lordi all’anno, circa 50 euro netti e quindi poco più di 4 euro al mese. Cifre che quadruplicano se consideriamo ad esempio una pensione di 4059 euro, poco più di 2500 euro netti. In questo caso, con un taglio, o mancato aumento, da 250 euro all’anno il riflesso in busta paga sarà di circa 20 euro lordi in meno al mese, circa 14 euro netti. La decurtazione si fa un po’ più consistente con la crescita degli importi. Una pensione da 8911 euro lordi, circa 5000 euro netti, vedrebbe un taglio annuale da 483 euro all’anno e 37 euro al mese, vale a dire 20 euro al mese netti. Va detto però che si tratta di una fascia che interessa meno di 15 mila pensioni.

Se da un lato si tagliano gli assegni più corposi, dall’altro si procederà all’aumento delle pensioni minime. La promessa del vicepremier Di Maio è di portare le pensioni minime e quelle di invalidità a 780 euro al mese nel 2019. Questo non succederà per tutti. Dei 7,1 miliardi del 2019 per il reddito e pensione di cittadinanza, appena 900 milioni sarebbero destinati alle pensioni di cittadinanza. Troppo pochi per alzare l’assegno a 3,2 milioni di pensionati da 500 a 780 euro (servirebbero quasi 11 miliardi) e a quasi 1 milione di invalidi. Anche qui, come per il reddito di cittadinanza, si userà l’Isee per scremare la platea. Magari riducendo il beneficio ai proprietari di casa. Maggiori dettagli arriveranno nel decreto di gennaio.

La possibilità di anticipare la pensione con almeno 62 anni e almeno 38 di contributi, la famosa quota 100, non è stata inserita nella manovra finanziaria. Non esiste dunque ancora un testo normativo, ma il governo ha annunciato un decreto ad hoc tra il 10 e il 12 gennaio. In manovra ci sono però gli stanziamenti, ridotti dopo l’accordo con Bruxelles: 3,97 miliardi nel 2018, 8,34 miliardi nel 2019 e 8,68 miliardi nel 2020. Al momento questo nuovo canale dovrebbe permettere di andare in pensione a chi ha versato 38 anni di contributi e ha compiuto 62 anni di età (la cui somma fa appunto cento, il che dà il nome alla misura). Stando alle indiscrezioni circolate, questa possibilità dovrebbe restare in vigore soltanto per i prossimi tre anni. Per renderla finanziariamente sostenibile, chi deciderà di sfruttare quota 100 dovrà accettare una riduzione del proprio assegno pensionistico che dovrebbe essere tra il 5 per cento per chi sarebbe comunque andato in pensione nel giro di pochi anni e fino al 35 per cento circa per coloro che invece sarebbero dovuti andare in pensione molto più tardi.

Chi non raggiunge la quota 100 può ancora congedarsi dal lavoro con i vecchi requisiti della Legge Fornero, cioè con 67 anni di età e almeno 20 di contributi o con 42 anni e 10 mesi di carriera (indipendentemente dall’età). Tornerà l’Opzione Donna, un sistema che consente alle lavoratrici italiane del settore pubblico e privato di andare in pensione con 35 anni di contributi e 58 anni di età (59 anni e 36 di contributi per le sole lavoratrici autonome). Chi si congeda dal lavoro con questi requisiti riceverà però un assegno calcolato con il poco vantaggioso metodo contributivo, che comporta pesanti penalizzazioni, cioè tagli fino al 30-40% rispetto all’ultimo stipendio. Il governo Conte ha deciso di tenere in vigore l’Ape social, cioè quel sistema introdotto nella precedente legislatura (dal governo Gentiloni) che consente di avere un anticipo pensionistico a 63 anni di età, in attesa di prendere poi il regolare assegno di vecchiaia a 67 anni. L’Ape social è destinata soltanto a ultra 63enni disoccupati, a quelli con invalidità di lavoro superiore al 74% o che hanno svolto professioni usuranti. Una novità riguarda, invece, i pensionati stranieri o italiani residenti all’estero da almeno 5 anni che trasferiscono la propria residenza in un piccolo comune italiano del Sud (nelle regioni Campania, Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna) con popolazione non superiore ai 20 mila abitanti. Per 5 cinque anni potranno godere di un’imposta sostitutiva forfettaria del 7% su tutti i redditi.

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