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Via della seta: la Cina sempre più vicina tra insidie, minacce e scontri

Un progetto industriale, commerciale e infrastrutturale per avvicinare Pechino all’Europa. C’è chi parla di colonialismo e chi di opportunità di crescita, chi di un cavallo di troia e chi di un’intesa limpida. Intanto il 22 marzo il presidente Xi Jinping sarà in visita in Italia

La “Via della Seta” ricorda i percorsi del famoso tessuto prodotto in Oriente e che arrivava via mare, soprattutto, in Europa diversi secoli fa. Una tratta che nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping ha voluto trasformare in un vero e proprio progetto industriale, commerciale e di infrastrutture per poter ampliare la forza economica del suo paese in Europa. Il progetto, denominato “Belt and Road Iniziative”, prevede la realizzazione di tratte ferroviarie ad alta velocità, autostrade, porti dalla Cina all’Europa, attraverso tutta l’Asia. Il governo italiano ha annunciato di voler aderire al progetto cinese. Se dovesse farlo, si tratterebbe del primo membro del G7 a schierarsi con Pechino. Le trattative sono in corso e il premier Conte potrebbe firmare ufficialmente un memorandum d’intesa con la Cina in occasione della visita di Xi Jinping prevista per il 22 marzo.

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La partecipazione dell’Italia alla “Nuova via della Seta” è subito diventata un caso politico, con ripercussioni sia nazionali che internazionali, specie per quanto riguarda la questione delle telecomunicazioni e della tecnologia 5G. L’adesione di Roma al progetto di cui è capofila Pechino non è piaciuta a Donald Trump, che tramite un suo consigliere ha espresso preoccupazione per l’iniziativa italiana: «L’Italia è un’importante economia globale e una grande destinazione per gli investimenti – scrive su Twitter il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale – Non c’è bisogno che il governo italiano dia legittimità al progetto di vanità cinese per le infrastrutture». Mentre da Bruxelles ricordano come «Pechino sia un partner dell’Europa ma anche un concorrente ed un rivale sistemico».

Ma il premier Conte difende l’accordo con la Cina. «Non ci sono ragioni ostative per non finalizzare il lavoro compiuto in questi mesi», avverte il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E cerca di rassicurare tutti: Unione Europea e Stati Uniti. In una parola, l’Occidente del quale l’Italia è parte integrante. Definisce la Nato «un pilastro fondamentale della nostra politica estera». E vede la visita di Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese, come una grande opportunità per l’Italia: «Il testo, che abbiamo negoziato per molti mesi con la Cina, imposta la collaborazione in modo equilibrato e mutualmente vantaggioso, in pieno raccordo con l’Agenda 2030, l’Agenda 2020 di cooperazione Ue-Cina e la Strategia Ue per la connettività euroasiatica. Abbiamo preteso un pieno raccordo con le norme e le politiche Ue, più stringente rispetto ad accordi analoghi firmati da altri partner Ue con Pechino. Abbiamo inserito chiari riferimenti ai principi di sostenibilità economica, sociale, ambientale, di reciprocità, trasparenza e apertura cari all’Italia e all’Europa». Conte cerca di placare le diffidenze. Il memorandum, ribadisce, ha contorni commerciali. Ed esclude che preluda a una penetrazione geopolitica della Cina.

Sul fronte interno il vicepremier Matteo Salvini guarda «prima di tutto alla sicurezza nazionale». E insiste: «Se si aiutano le imprese italiane a fare business e a esportare i nostri preziosi prodotti io son contento. Però ovviamente c’è da valutare la sicurezza nazionale. Non voglio – afferma – che l’Italia sia una colonia di nessuno. Studiamo, lavoriamo, approfondiamo, valutiamo…». Ma nonostante tutte le rassicurazioni, l’intesa con Pechino agita la politica italiana: da Berlusconi a Zingaretti.  Per Berlusconi «la Cina ha un progetto egemonico sulla nostra economia». «È in atto un’offensiva sul piano commerciale ed economico – ha dichiarato il Cavaliere ai microfoni di Mattino 5 – La Cina fa intravedere con chiarezza che la sua vuole essere una sfida sul piano politico, e anche militare». Per il Berlusconi l’accordo commerciale «è certamente una opportunità, ma nel complesso prevalgono i rischi». Zingaretti parla di «altro pasticciaccio del governo». «Quello della via della seta è un tema delicatissimo e gestito malissimo da questo governo. Senza un coinvolgimento pieno del Parlamento, senza una vera concertazione con gli alleati innanzitutto europei. Quindi – aggiunge il neo segretario del Pd – un altro grande pilastro in un possibile modello di sviluppo si è arenato dentro i pasticci di una maggioranza divisa su tutto. Questo è un peccato perché contribuisce a dare l’immagine di un Paese nel quale l’incertezza crea problemi o addirittura blocca tutto».

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