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Brexit, «no deal» o rinvio?

La Camera dei Comuni ha respinto per la seconda volta l’accordo tra la premier May e l’Ue. Il prossimo voto stabilirà se rinviare il divorzio dall’Europa o rassegnarsi al «no deal»

Restano solo 16 giorni. E dopo la seconda bocciatura del piano di Theresa May negoziato con l’Ue sono solo due gli scenari possibili: un’uscita senza nessun accordo o un umiliante rinvio. Il parlamento britannico ha respinto per la seconda volta l’accordo su Brexit, con 391 voti contrari e 242 favorevoli: è stata la quarta peggior sconfitta di sempre di una proposta del governo nella Camera dei Comuni, ed è stata la seconda volta in poco meno di due mesi che la stragrande maggioranza dei parlamentari si è espressa contro l’accordo di May.

A nulla dunque sono valse le rassicurazioni della Commissione europea sul «backstop», il meccanismo di emergenza, che dovrebbe essere temporaneo, per impedire il ritorno a un confine fisico tra Irlanda e Irlanda del Nord. Non hanno convinto il procuratore generale, che non ha cambiato il suo parere legale: restava il rischio, per il Regno Unito, di rimanere intrappolato all’infinito nell’orbita europea. Una prospettiva inaccettabile per la fazione euroscettica del partito conservatore, che chiede una rottura netta con la Ue.

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Cosa succederà nell’immediato lo ha annunciato la stessa Theresa May subito dopo il voto. I deputati saranno chiamati a esprimersi sulla possibilità che la Gran Bretagna lasci la Ue alla data stabilita, il 29 marzo, senza nessun accordo. È il temuto «no deal», è l’ipotesi di default, quella automatica che nessuno vuole e che farebbe piombare nel caos la Gran Bretagna con delle ricadute negative anche per le economie europee. Dunque è assai probabile che il parlamento britannico si esprima per escludere un «no deal». L’ipotesi che si apre è quella di un rinvio dell’articolo 50 per provare a superare le tensioni interne.

Sul rinvio della Brexit dovrà esserci l’accordo di tutti gli altri 27 Paesi della Ue. E il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker a Strasburgo è stato chiaro: non ci saranno nuove opportunità, non ci saranno ulteriori negoziati fra Bruxelles e Londra. Dunque un rinvio, ma per fare cosa? Inoltre c’è lo scoglio delle elezioni europee: se la Brexit fosse rinviata oltre la fine di maggio, i britannici dovrebbero partecipare al voto per il rinnovo del Parlamento dell’Unione. Più probabile allora una breve dilazione tecnica della Brexit, di poche settimane, giusto per prepararsi meglio a un divorzio senza accordi. Quando mancano 16 giorni a Brexit, la data è fissata per il 29 marzo, il Regno Unito si trova in una situazione molto complicata: senza un accordo, senza le idee chiare e con una serie di importanti decisioni da prendere a stretto giro.

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