Congresso Mondiale delle Famiglie: cos’è e perché tante polemiche

Nel week end a Verona riunirà il movimento globale antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI. Parteciperanno anche tre ministri del governo italiano, nonostante qualcuno parli di «ritorno al Medioevo»

Si aprirà domani a Verona ma il Congresso Mondiale delle Famiglie sta già facendo discutere. Sulla carta l’obiettivo principale del World Congress of Families – che riunisce «il movimento globale» antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI – è quello di ribadire la centralità della famiglia naturale e del matrimonio tra uomo e donna come fondamento della nostra civiltà. Le parole sul sito dell’iniziativa veneta delineano la questione. «Il Congresso Mondiale delle Famiglie – si legge – è un evento pubblico internazionale di grande portata che ha l’obiettivo di unire e far collaborare leader, organizzazioni e famiglie per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società».

Il primo Congresso mondiale delle famiglie si è svolto a Praga nel 1997, ma da allora molte cose sono cambiate. Nato dalla saldatura di gruppi della destra religiosa statunitense – che si opponeva all’aborto, al divorzio e all’omosessualità – e del tradizionalismo ortodosso russo preoccupato della denatalità e della salvaguardia dei valori della famiglia, il Congresso mondiale delle famiglie ha finito per assumere un ruolo sempre più politico e negli ultimi anni è diventato un vero e proprio collante per le destre e le estreme destre di tutto il mondo. Alla XIII edizione a Verona parteciperanno associazioni, capi di stato ed esponenti politici della destra radicale, cristiana e integralista da tutto il mondo. Per l’Italia ci saranno il ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, il ministro per la Famiglia e la Disabilità Lorenzo Fontana, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, insieme al leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, il senatore della Lega Simone Pillon, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e il sindaco di Verona Federico Sboarina.

Sull’edizione italiana c’è molta attenzione sia nel nostro Paese che all’estero, per vari motivi: il primo, molto dibattuto sui giornali, perché vede la partecipazione (al di là del patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri prima concesso e poi revocato) di un pezzo importante del governo che sembra non essere condivisa, anche se in modo poco efficace, dall’intera maggioranza. Quando Salvini ha annunciato la sua partecipazione al meeting, il vicepremier pentastellato Di Maio ha chiarito: «Ognuno va agli eventi che vuole ma io a quegli eventi non ci vado. Questa è una decisione sua: io dico soltanto che chi si permette di dire che le donne devono stare in casa, come se fossero degli esseri inferiori, non appartiene assolutamente alla mia cerchia di amicizie e di frequentazioni». «La nostra idea di famiglia – ha aggiunto il sottosegretario agli Affari Regionali Stefano Buffagni del M5s – è diversa da quella che andrà in scena a Verona tra qualche settimana e che sembra piacere a una certa destra. Loro vogliono donne dimesse, chiuse in casa a fare le madri, donne che non lavorano. Questo io lo chiamo Medioevo. Per il Movimento 5 Stelle le donne devono essere emancipate, felici, indipendenti. Guardiamo avanti, non indietro».

L’evento si svolge con il patrocinio del Ministero per la Famiglia, della Regione Veneto e della Provincia di Verona. Ma non è solo questo a far discutere. Per la prima volta da quando il Congresso è nato ci sarà una manifestazione di protesta: le femministe di “Non una di meno” stanno organizzando tre giorni sit-in, dibattiti, assemblee e spettacoli che si svolgeranno in città negli stessi giorni del Congresso delle Famiglie. Sabato 30 marzo si svolgerà una manifestazione mentre domenica 31 si terrà un’assemblea pubblica a cui parteciperanno diverse personalità impegnate nella difesa dei diritti civili e della libertà delle donne, come l’argentina Marta Dillon, Eva von Redecker dell’università Humboldt di Berlino e Adriana Zaharijevic dell’università di Belgrado.

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