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La morte di George Floyd riaccende il dibattito sul razzismo negli Stati Uniti

In piazza si manifesta contro la morte dell'afroamericano soffocato durante l’arresto. Sui social anche la rabbia della Nba

Centinaia di persone hanno protestato a Minneapolis per George Floyd, l’afro-americano di 46 anni morto dopo che un poliziotto bianco gli aveva premuto con violenza per diversi minuti il ginocchio sul collo: la polizia aveva parlato di un «incidente medico» dando una versione ufficiale poi smentita da diversi testimoni e da alcuni video in cui si sente Floyd dire «non riesco a respirare».

Sono le stesse parole usate nel 2014 da Eric Garner, un afroamericano di New York che morì soffocato mentre veniva arrestato. Ma torna in mente anche il caso di Philando Castile, un nero di 32 anni che a luglio del 2016 fu ucciso vicino a Minneapolis da un agente mentre era in macchina con la fidanzata e la figlia. Le due vicende hanno in comune il fatto che gli agenti coinvolti non sono stati ritenuti colpevoli. Nel caso di Garner l’agente che ne ha causato la morte non è stato nemmeno incriminato, mentre il poliziotto che ha sparato a Castile è stato assolto dall’accusa di omicidio colposo.

A differenza di quello che è successo in altri casi simili, le autorità hanno preso subito le distanze dagli agenti coinvolti nel caso. Il sindaco Jacob Frey, ha detto che quattro poliziotti sono stati licenziati e ha aggiunto: «Quello che abbiamo visto è sbagliato a ogni livello, essere nero negli Stati Uniti non dovrebbe essere una sentenza di morte». Il dipartimento di polizia ha consegnato agli inquirenti che indagheranno sul caso i filmati registrati dalle telecamere che gli agenti portano sulle loro divise. Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota che a quanto pare potrebbe essere scelta da Joe Biden come candidata alla vicepresidenza per le elezioni presidenziali di novembre, ha chiesto «un’indagine esterna e indipendente». Biden, che è stato vicepresidente durante l’amministrazione Obama, ha pubblicato un tweet in cui chiede giustizia per la famiglia di Floyd.

Tante sono state le proteste davanti agli uffici del dipartimento di polizia. Gli agenti hanno cercato di disperdere i manifestanti usando dei lacrimogeni. I manifestanti hanno mostrato cartelli con scritto “Black Lives Matter” (le vite dei neri sono importanti), che è anche il nome di un movimento contro le violenze sui neri, e “I can’t breathe” (Non riesco a respirare), le parole pronunciate da Floyd mentre era a terra e il poliziotto gli premeva il ginocchio sul collo.

Ma le proteste non sono solo a Minneapolis. Per l’ex giocatore Nba Stephen Jackson, Floyd era un «fratello». Erano cresciuti insieme in Texas. «Tutti sanno che ci chiamavamo l’un l’altro “Gemello”. Era andato in Minnesota per cambiare la sua vita guidando camion, gli avevo mandato due o tre scatole di vestiti, stava facendo la cosa giusta. E voi avete ucciso mio fratello. Ora andrò a Minneapolis, farò tutto ciò che mi è possibile per non far passare la vicenda sotto silenzio», ha scritto Jackson su Instagram.

Non potendo scendere in campo, il mondo Nba ha utilizzato i social media per esprimere la sua protesta a quanto accaduto a Minneapolis. LeBron James ha pubblicato una foto in cui si mettono una di fianco all’altra l’immagine del poliziotto inginocchiato sul collo di Floyd e quella di Colin Kaepernick inginocchiato durante l’inno nazionale per protesta contro la brutalità della polizia nei confronti delle minoranze. Il tutto scrivendo: «Adesso capite!!??!!?? O siete ancora confusi?? #StateAllerta». Anche Steve Kerr, capo-allenatore dei Golden State Warriors, su Twitter ha ripostato il video scrivendo «Questo è un omicidio. È disgustoso. Sul serio, cosa diavolo è andato storto in noi????».

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