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Coronavirus, il virologo Remuzzi: «I nuovi positivi non sono contagiosi»

Il direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e lo studio sui tamponi: «La carica virale è diventata molto bassa»

Stando ai bollettini della Protezione Civile e in particolare della regione Lombardia l’epidemia di coronavirus è tutt’altro che sparita. Ieri si contavano 333 nuovi contagi, di cui 216 soltanto in Lombardia per un totale di oltre 23mila persone ancora positive in tutto il Paese. Se nelle prime fasi dell’epidemia i dati foriniti quotidianamente erano oggetto di critiche perché ritenuti incompleti, oggi ciò che viene contestato è soprattutto l’interpretazione del dato sui positivi: «Li chiamiamo contagi, ma sono persone positive al tampone. Commentare quei dati che vengono forniti ogni giorno è inutile, perché si tratta di positività che non hanno ricadute nella vita reale», afferma il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri che in un intervista al Corriere della Sera ha anticipato i risultati di uno studio.

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Il dato principale è che i tamponi risultati positivi avevano una carica virale molto bassa che Remuzzi definisce «non contagiosa». Così bassa che per trovarla andava amplificata con «cicli molto alti». «Abbiamo condotto uno studio su 133 ricercatori del Mario Negri e 298 dipendenti della Brembo – spiega Remuzzi – In tutto, ci sono stati quaranta casi di tamponi positivi. Ma la positività di questi tamponi emergeva solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, che corrispondono a meno di diecimila copie di Rna virale». Cosa vuol dire? Che la carica virale in questi casi di positività è estremamente bassa e non contagiosa. «Di fatto vengono chiamati contagi, ma in realtà sono soggetti positivi al tampone», sottolinea Remuzzi.

Secondo il direttore dell’Istituto farmacologico Mario Negri «Iss e governo devono capire che è cambiata la situazione dal 20 febbraio e devono quindi comunicare di conseguenza. Altrimenti si contribuisce magari in modo involontario a diffondere paura ingiustificata». Il metodo del doppio tampone e del tracciamento «va bene per un piccolo focolaio – prosegue Remuzzi – Ma se il virus circola da mesi e poi esplode come accaduto in Lombardia, rischia di diventare controproducente, a meno di avere un’organizzazione ferrea tipo Wuhan. L’attuale sistema non è sbagliato ma sta andando avanti in modo burocratico con delle regole che non tengono conto di quanto sta emergendo dalla letteratura scientifica. Non bisogna confondere il numero dei tamponi con l’andamento dell’epidemia».

«Bisogna dire quanto Covid c’è nelle nuove positività – conclude – Il virus è lo stesso ma per ragioni che nessuno conosce, e forse per questo c’è difficoltà ad ammetterlo, in quei tamponi è poco, molto meno di prima. E di questo va tenuto conto».

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